La storia di Giovanni Quadri racconta con efficacia a che livello possano arrivare le connessioni tra il calcio e la vita. Un connubio talvolta inscindibile, specialmente per chi è stato protagonista dell’italico pallone negli anni ’70 e ’80. Quello lontano dallo show business e dai contratti multimilionari.

Insomma, prima che i giocatori diventassero icone pop, la normalità era una regola non scritta. E la parabola della carriera trasudava genuino entusiasmo per il Gioco (con la lettera doverosamente maiuscola…).

Una volta, per rievocare il succo della passione giovanile, sognando di esordire in Serie A, bastava solo un pallone ed una porta. Simboli ancestrali, in grado di nutrire l’immaginazione di chi si destreggiava su qualche campetto polveroso. 

Una sorta di mantra, da custodire gelosamente dentro di sé, per tentare di far decollare una carriera che per Quadri inizia precocemente nel vivaio del Torino. Segna reti a grappolo in una formazione Primavera fortissima, arricchita da personaggi del calibro di Marino Lombardo, Paolino Pulici e Renato Zaccarelli.

Quadri è il quinto in piedi, da sinistra. Lo precede Paolino Pulici

Gli esordi in granata

L’etichetta pesante di bomber mortifero con i pari età rappresenta un oneroso biglietto da visita che non spaventa Giancarlo Cadè. L’allenatore lo fa debuttare il 9 novembre 1969. Al Comunale è di scena il neopromosso Bari di Oronzo Pugliese. Il “Mago di Turi” imbriglia i granata. La sblocca subito Jarbas Faustino Canè. Inutili i tentativi di Pulici e Claudio Sala di scardinare il bunker biancorosso. Quadri subentra ad Agroppi nella ripresa, ma il risultato non cambia. 

Neppure il tempo di metabolizzare l’emozione, e dieci giorni dopo arriva anche l’Azzurro dell’Under 21. A Deventer, l’Italia di Azeglio Vicini prende due frecce dall’Olanda. E nulla può il tridente composto da Quadri, Pulici e Oscar Damiani.

Quadri si guadagna qualche titolo a effetto con due gol decisivi in Coppa Italia. Innanzitutto, quello nello spareggio contro l’Inter per l’ammissione al Girone Finale. Le prime due gare erano terminate con il medesimo punteggio (1-0). Necessaria, dunque, la “bella”. E’ un match tiratissimo: Mondonico e Quadri sembrano poter ribaltare i pronostici. Ma Boninsegna e Luisito Suárez la pareggiano. A mettere la gara definitivamente in ghiaccio, lo stesso Mondonico. 

Segna ancora Quadri con il Varese di Nils Liedholm. E tiene in vita le speranze di vittoria del Toro. Peccato che all’ultima giornata, la sconfitta contro il Bologna – doppietta di Beppe Savoldi – consente proprio ai felsinei di aggiudicarsi il trofeo.

Nel prosieguo della stagione sarebbe arrivato pure il battesimo in campionato. Il 29 marzo 1970, in trasferta, a Como: Quadri iscrive il suo nome nell’albo dei marcatori in A.

Un paio di settimane dopo fa in tempo a incrociare gli scarpini con Gigi Riva: il Cagliari ormai matematicamente Campione d’Italia passeggia sul Torino, asfaltato davanti ad un annichilito pubblico torinese da Domenghini, due volte “Rombo di Tuono” e Bobo Gori.

In prestito per fare esperienza

A questo punto, il percorso professionale deve necessariamente imboccare una strada che gli consenta di avere una certa continuità. In attesa, magari, di tornare un giorno alla casa madre.

Viene mandato a farsi le ossa a Monza. L’impatto con i brianzoli non va benissimo, le presenze sono poche e di gol nemmeno l’ombra. Il giro d’Italia continua a Catania e Parma, con risultati alterni. Che spingono comunque il Torino, proprietario del cartellino, a un tira e molla di prestiti destinato a ripetersi annualmente.

La possibilità di interpretare finalmente un ruolo da titolarissimo gliela offrono Pistoiese e Valdinievole, in C. La realtà è ben diversa dalla massima serie, siamo lontani dalle abbaglianti luci dei riflettori. Nondimeno Quadri, inaugurando una fase di rinnovata precisione sotto porta, va abbondantemente in doppia cifra in entrambe le circostanze.

Ritorno al Torino

Nell’estate del ’74 si materializza il ritorno in maglia granata. Il presidente, Orfeo Pianelli, sta gettando le basi per edificare il gruppo che la stagione successiva, con Gigi Radice in panchina, vince lo Scudetto, ventisette anni dopo la tragedia di Superga.

Giovanni Quadri - Torino

L’annata di Quadri, però, è segnata, dalla precarietà. Pulici e Ciccio Graziani gli lasciano le briciole. Le Coppe sono le uniche occasioni di interrompere la spirale di panchine in cui rimane imbrigliato dalle scelte conservative di Edmondo Fabbri.

Un vortice dal quale l’attaccante esce con feroce determinazione, levandosi qualche piccola gratificazione. Segna in Coppa Italia al Napoli più bello, quello di Vinicio. Un precursore, al timone di una squadra avanti anni luce rispetto alle idee innovative introdotte da Arrigo Sacchi negli anni ‘90.

Quadri coglierà l’opportunità di esordire in Coppa Uefa. Il Torino viene eliminato al primo turno, sconfitto (3-1) dal Fortuna Dusseldorf. Dopo l’1-1 interno, Fabbri, in Germaniam affida le sorti della linea offensiva al centravanti di riserva. Quadri si sbatte come se non ci fosse un domani, voglioso di dimostrare quanto poco meriti lo spazio micragnoso riservatogli dall’allenatore.

Inevitabile, a fine anno, dirsi addio. Un saluto maggiormente doloroso, consapevole che non c’è speranza di rivedersi.

Ascoli oasi felice

Questa volta il sogno di giocare stabilmente in Serie A pare davvero irrealizzabile. A cambiare la scena, una chiamata dell’Ascoli. Quadri riceve una telefonata sotto l’ombrellone, in un torrido mercato di agosto. Dall’altro capo della cornetta, Costantino Rozzi, che lo convince ad accettare il declassamento tra i cadetti.

Giovanni Quadri - Ascoli

Il trasferimento nelle Marche gli permetterà di dismettere alla svelta i panni della comparsa, uscendo dall’anonimato. Sente pienamente la fiducia dell’ambiente e vede la porta con puntualità disarmante. Nel biennio in Serie B diventa un punto di riferimento per le speranze dei bianconeri di vincere il campionato.

La squadra guidata da Antonio Renna straccia letteralmente la stagione 1977/78, stabilendo alcuni primati, tra cui la promozione con sette giornate d’anticipo, eguagliato soltanto nel 2019-20 dal Benevento.

E’ un Ascoli veramente devastante, dalla brillante prolificità, capace di mettere a referto la bellezza di 73 reti. Un terreno fertile per il terzetto offensivo, che si regala la doppia cifra: Claudio Ambu 17 gol, Quadri 14 e Adelino Moro 13.   

La sensazione di essere arrivato nel posto giusto al momento giusto si materializza nel sentitissimo derby contro la Sambenedettese. In un “Del Duca” stracolmo all’inverosimile, i rossoblù passano immediatamente in vantaggio. Ma Quadri decide di restituire, almeno in parte, l’affetto dei tifosi ascolani, che non hanno mai smesso di coccolarlo, ripagandoli con una doppietta: mette eroicamente la testa a pochi centimetri dai tacchetti spianati, per anticipare lo stopper Agretti. Quindi diventa provvidenziale, risolvendo una mischia con una botta mancina di controbalzo.  

Quadri: gol nel derby Ascoli-Sambenedettese

Finalmente in A

L’anno dopo, un Ascoli nient’affatto agonizzante ottiene una salvezza abbastanza tranquilla, grazie all’abnegazione del gruppo storico (Anzivino, Perico, Roccotelli, Moro e Bellotto). Cui Rozzi aggiunge due pedine fondamentali, preziosissime per arricchire la rosa di carisma ed esperienza: l’ex portiere della Lazio scudettata, Felice Pulici. E sul fronte offensivo, porta al capezzale dei bianconeri Pietro Anastasi, anch’egli un sopravvissuto alle tempeste della Serie A con Juventus e Inter.

Ascoli_1978-79
Quadri è il quarto in piedi, da sinistra.

Quadri segna 4 gol, ossigeno puro da immagazzinare nella lotta per non retrocedere. Contro Fiorentina, nel suo stadio. E poi con Lazio e Atalanta. Paradossalmente, resta indelebile, nella mente fluttuante dei ricordi, quello segnato al Torino, nella partita più sentita: un destro al volo impressionante, che trafigge Terraneo. E chiude idealmente il cerchio della sua vita calcistica.

Oggi Giovanni Quadri vive sul litorale flegreo. Si occupa di scovare giovani talenti. Per anni ha fatto da scouting in Campania e dintorni per il “suo” Torino. Continua ad allenare i ragazzi, trasmettendogli il desiderio di poter un giorno coronare il sogno di sbarcare nel professionismo. Lui lumbàrd di Cornate d’Adda, orgoglioso di aver messo radici all’ombra del Vesuvio, dopo aver vestito come una seconda pelle il granata ed il bianconero ascolano.

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