Napoli: ingiustizia sportiva. La sentenza è una vergogna all’italiana

Le sentenze non si discutono. Tantomeno si commentano. I provvedimento emessi da un giudice per dirimere una determinata controversia bisogna rispettarli. Che piaccia o meno.

E’ un principio indiscutibile di uno Stato di Diritto. Nonché, il caposaldo di ogni società civile, che abbia la presunzione di qualificarsi tale.

Eppure, sin dal primo grado di giudizio, la sensazione netta è stata quella che le Istituzioni calcistiche volessero mandare un messaggio neanche tanto trasversale a tutti i presidenti.

Ovvero, occhio, che chi non si uniforma al cervellotico regolamento mutuato dalla Uefa per “costringere” le squadre a giocare sempre, verrà punito in maniera draconiana.

Del resto, punirne uno per educarne cento è stato il “verbo” che tiranni ben più feroci della Figc hanno osato applicare a chi cercasse di alzare la testa dal giogo della ingiusta subordinazione.

Trascurando, almeno in questa sede, la valenza di un regolamento che si ostina a non recepire assolutamente le norme emanate dal Governo in materia di tutela della salute pubblica, e men che meno l’etica di chi costringe fisicamente i tesserati a mettere a repentaglio la propria salute, affinchè lo show business continui a produrre i suoi dividendi, sarebbe lecito analizzare ben altro.

Sul fatto che il protocollo sia innanzitutto amorale e diverga dal regolamento che obbliga di schierare sempre la miglior formazione possibile, onde evitare di creare pericolosissime sperequazioni, favorevoli ad alcune squadre ed in pregiudizio di altre, se n’è parlato abbondantemente in altre sedi.

Così come l’uguaglianza competitiva e la credibilità dei campionati, principi che finiscono là dove l’interesse economico prevale su quello meramente sportivo. Ed il risultato del campo viene messo in discussione da pandette e brocardi giuridici.

Niente Top Player, quindi, a dare spettacolo. Ma Principi del Foro. E poco importa se poi taluni avvocati dal nome altisonante non riescono a togliere le castagne dal fuoco al loro cliente. La parcella è salva. L’importante è farsi pubblicità e continuare ad alimentare il circo mediatico…

Verrebbe da dire che una volta il cabaret era caratterizzato da nani, saltimbanchi e ballerine. Adesso, invece, prevalgono giudici, avvocatini e lacchè.

Uno spettacolino davvero esilarante. Se non fosse assai drammatico, oltre che stomachevole, quanto è stato edificato finora sulle macerie di una partita che il buonsenso suggeriva di rimandare.

La cosa ridicola è che una volta iniziato il teatrino dell’assurdo, la Figc non è più stata in grado di controllare la piega che hanno preso gli eventi.

Perché la Giustizia Sportiva è astringente nella sua logica. Si limita a leggere il referto dell’arbitro, che una volta constatata la mancanza della squadra avversaria, trascorsi i canoni 45’, chiude la contesa virtuale con il triplice fischio.   

Non sono queste circostanze a suscitare conati di vomito. Bensì il fatto una pletora numerosissima di strimpellatori di regime e fiancheggiatori vari abbiano dato il massimo risalto, tanto al processo, quanto all’esecuzione della pena.

Verrebbe da chiedersi se cotanto zelo codesti menestrelli l’avessero palesato pure a parti invertite. Sempre che, sia ben inteso, non si voglia tirare in ballo l’endemica crisi dell’editoria al fine di giustificare una sponda favorevole nei confronti di chi, direttamente o attraverso l’acquisto di pubblicità, sovvenziona massicciamente giornali e tv.

L’appello rigettato poche ore fa non doveva riabilitare il Napoli agli occhi dell’italico pallone. Tutt’altro, sempre in ossequio al paradigma per cui una sentenza seppur avversa, va assolutamente rispettata.

Nondimeno, a Napoli e dintorni fortissima è la sensazione che in Federazione se la stiano ridendo, dopo aver bellamente spadroneggiato cotanta sordità avverso le più elementari norme del buonsenso. Calcistico prima ancora che giuridico.

O forse sono stati soltanto troppo deboli per rifiutarsi di eseguire una condanna dal sapore acidulo, già scritta prima ancora che il carteggio arrivasse in primo grado e dopo in appello.

Magari, la vigliaccheria ha preso il sopravvento. Così, preservare l’integrità morale della Serie A non è stata considerata una zelante priorità.

In definitiva, non appare affatto chiaro se la Giustizia esca con le ossa rotte da questo carrozzone. Oppure ancora più forte di prima.

Certamente, se le sentenze non si discutono ma bisogna limitarsi a rispettarle, allora qualcuno dovrebbe ricordarsi del passaggio in giudicato di condanna definitiva. E togliere inutili quanto fallaci orpelli numerici dalle tribune del proprio stadio di proprietà!

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