“Noi, infermieri sotto organico ​tra aggressioni e mancanza di protezioni”

“Senza sicurezza non possiamo esprimere al meglio la professionalità dimostrata nel periodo dell’emergenza Covid-19 dove abbiamo ricevuto gli elogi da parte di tutti”. Così Stefano Barone, segretario provinciale di Roma del sindacato degli infermieri NurSind, ha commentato il ritorno del fenomeno delle aggressioni nei confronti degli operatori sanitari dopo quanto avvenuto all’ospedale San Camillo dove un uomo, che versava in uno stato di forte agitazione, ha reso inagibile il pronto soccorso.

Entrati nella fase 3, si ripresentano subito i vecchi problemi?

“Il fenomeno delle aggressioni in questo periodo era sparito perché gli ospedali e, in particolare i pronto soccorsi, erano pressoché vuoti oppure occupati da pazienti positivi al Coronavirus. Ora, a due giorni dal ‘liberi tutti’, siamo di punto e a capo. Tutte le proteste che abbiamo fatto in passato non sono servite a nulla”.

Quale potrebbe essere una soluzione?

“Noi non chiediamo la militarizzazione dell’ospedale, ma sicuramente un presidio di polizia dentro i grandi nosocomi romani può essere un deterrente forte e potrebbe intervenire tempestivamente in caso di un’aggressione come quella avvenuta al San Camillo”.

A cosa sono dovute queste reazioni violente da parte dei pazienti?

“Molto spesso le aggressioni in ambito sanitario sono dovute alle lungaggini nei tempi di assistenza e di informazioni, problemi che sono figli della mala gestione degli ospedali. Le faccio un esempio: se ci sono solo due infermieri per trattare cento pazienti, è ovvio che i tempi si allungano. Le statistiche, inoltre, dimostrano che un rapporto di 1 infermiere ogni 6 malati riduce del 20% la mortalità dei pazienti”.

Quante aggressioni subite all’anno?

“L’Inail ha segnato un netto aumento di aggressioni agli infermieri, ma il problema sono gli schiaffi o gli insulti che gli operatori non denunciano sempre. Quel che viene denunciato è un fatto come quello di oggi che deve essere refertato. Calcolando le aggressioni verbali, che a volte fanno più mali di quelle fisiche, superiamo ampiamente la media di un episodio al giorno”.

Passiamo al Covid-19. Come si è affrontata l’emergenza a Roma?

“Si è tergiversato e, nonostante nel Lazio i numeri siano stati più contenuti che al Nord, si poteva fare molto di più ed evitare di quel che è successo al San Camillo. Qui tutto l’ospedale è stato contaminato perché, nonostante sia strutturato a padiglioni, i pazienti positivi sono stati trasportati da una parte all’altra del nosocomio per le visite. Fortunatamente, però, a Roma i dati del contagio sono sempre stati bassi e il fenomeno si è contenuto”.

Sono molti gli infermieri che sono risultati positivi?

“Noi abbiamo avuto molti casi di colleghi positivi al Covid, ma dalle amministrazioni facciamo fatica a ricevere informazioni precise sul numero di colleghi contagiati. Sappiamo dei contagi perché ce ne parlano i colleghi, ma non è ancora uscita una nota ufficiale”.

Siete pronti ad affrontare una seconda ondata di contagi?

“Siamo preparati, ma tutti dipende dalle risorse che ci mettono in mano. Servono azioni a tutela del personale infermieristico che deve lavorare senza la preoccupazione di essere aggredito o di ritrovarsi senza presidi medici. Non possiamo più aspettare. Le parole se le porta via il vento, vogliamo i fatti”.

Ma esattemente che problemi avete avuto in questi mesi?

“Prima del Covid-19 una gran parte delle amministrazioni campava alla giornata con approvvigionamenti ai minimi termini per rispettare i bilanci e siamo andati in guerra con le miccette…”

Ora avete ancora la stessa carenza di dpi?

“Nella prima fase emergenziale ci sono state grandi difficoltà e, ancora oggi, il personale deve segnare quante mascherine prende perché sono centellinate. È ovvio che non avendo più pazienti Covid diminuisce l’esigenza di dpi, visiere e tute, ma questa estate abbiamo tutto il tempo per essere pronti laddove il Covid si dovesse ripresentare. Chiediamo un’azione preventiva”.

Pensa che il blocco delle visite, attuato durante il lockdown, possa creare nuovi problemi?

“Sì, adesso bisogna recuperare tutte le visite differibili con dei tempi più lunghi perché, se prima facevo ammassare nelle sale d’attesa pazienti e parenti, ora non posso più farlo. Ora, poi, secondo i protocolli, bisogna fare una sanificazione di 10 minuti ogni mezz’ora. Per abbattere le liste d’attesa servono più strumenti e più personale”.

fonte Il Giornale

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