Assocalciatori: sì alla riduzione degli stipendi. Occhio, però, ai furbetti

Lega Calcio e Sindacato convengono sul taglio di quattro mensilità. Ma non tutti i giocatori sono uguali. Per molti, rincorrere un pallone è l’unica fonte di sostentamento.

Lega e Assocalciatori, c’è accordo sugli emolumenti

Ieri era programmato l’appuntamento tra A.I.C. e Lega Calcio. Una riunione strategica, che aveva come oggetto il piano collettivo di sospensione e taglio degli stipendi, proposto all’AssoCalciatori dall’organo che organizza la Serie A e ne riunisce i presidenti.

Purtroppo, la call conference, per cause di forza maggiore, è stata rinviata ai prossimi giorni. Eppure, per salvare i bilanci delle società che sono al vertice della piramide calcistica, l’adozione di una misura straordinaria, frutto di un’intesa senza precedenti tra sindacato giocatori e proprietari, sembra essere la soluzione più logica.

Il principio che sembra ispirare entrambe le parti è che nei momenti di estrema difficoltà, come quello contingente che sta attraversando il genere umano, ognuno debba fare la sua parte. Rinunciando ad un interesse personalissimo: il taglio di quattro mensilità. A favore del bene comune. L’interesse di tutte e venti le società che compongono la Lega, che risparmierebbero complessivamente circa 443,5 milioni di euro in emolumenti.

Non è tutto oro, quello che luccica nel pallone

E’ innegabile che l’emergenza sanitaria generata dal Coronavirus determinerà, a pioggia, una crisi recessiva sull’intero comparto del calcio. Sia ben inteso, la pandemia ha unicamente accelerato un processo, che era endemico. Visto e considerato che i conti della Serie A, già prima che il Covid-19 mettesse in discussioni usi e abitudini, sociali e sportive, consolidate da molto tempo, erano perennemente in rosso. Notevolmente appesantiti dai costi, per emolumenti ai giocatori e ammortamenti. Giunti ormai alla soglia della insostenibilità per un mucchio di società, dalla taglia media (poche) e piccola (una miriade). Che non hanno multinazionali oppure fondi di investimento, come proprietari o possessori di quote di maggioranza.

La sofferenza del sistema ha scoperchiato il Vaso di Pandora della pedata, talmente verminoso, che per disegnarne appieno i contorni basterebbe rifarsi ad un vecchio proverbio: “Non è tutto oro quello che luccica…”. L’intenzione è chiara. Ricordare un po’ a tutti che non sempre è prezioso quello che splende esteriormente. Il mondo del calcio è pieno di situazioni che, metaforicamente, possono trovare delle tristissime similitudini con l’adagio popolare. Nell’immaginario collettivo, infatti, i giocatori sono tutti belli, buoni e bravi. Certamente, uno stereotipo. Tuttavia, in tanti (forse troppi…), piuttosto che limitarsi ad evidenziarne lo status di professionisti della pedata, pretendono di catalogare gli idoli delle folle nell’alveo ristrettissimo dei privilegiati: ricchissimi, viziati e coccolati…

Almeno apparentemente, tirare calci ad un pallone, per mestiere, potrebbe sembrare piacevole e gratificante. Al contempo, però, quanta invidia suscita. Soprattutto, quanti preconcetti sono nati attorno alla loro vita. E’ vero, alcuni, girano in auto sportive, albergano in location da favola, viaggiano soltanto in business class. E quasi mai da soli. Del resto, la compagnia di strafighe varie e scosciate assortite pare essere un must per tantissimi di loro. Un assioma imprescindibile, per acquisire lo status di Top Player (o presunto tale…).

Star, Campioni e mestieranti, l’Assocalciatori tutela tutti

Nondimeno, chi avesse la pazienza di fare un’indagine più approfondita, magari si accorgerebbe di essere stato ingannato dall’apparenza del sistema. Che sì, brilla e luccica. Ma solamente per pochi. In effetti, lo status giuridico di calciatore professionista, viene riconosciuto a tutti i tesserati, che rientrano nell’ambito della Legge n.91/1981. In altre parole, è considerato professionista, chi offre le sue prestazioni a titolo oneroso, sottoscrivendo un contratto di lavoro subordinato con la società d’appartenenza. Per effetto del quale, ha diritto pure alla tutela sanitaria (nella quale rientra l’assicurazione contro gli infortuni). Oltre al trattamento pensionistico.

Orbene, bisogna comprendere che la condizione di professionista sportivo non cataloga solo ed esclusivamente uno sparuto numero di Star e Campioni. Difatti, non è raro che il calcio fornisca l’unica fonte di reddito ad un’assai più vasta e variegata moltitudine di giocatori. Anch’essi rincorrono un pallone per mestiere. E da lì traggono i mezzi per la sussistenza personale e familiare. Pur non raggiungendo, certamente, le condizioni di agio economico e di celebrità globale di alcuni loro colleghi.

Effettivamente, in Italia, i contratti dei calciatori professionisti sono di tre tipi. Una casistica diversa, entro la quale ricade l’accordo collettivo, a seconda della categoria: Serie A, Serie B e Lega Pro. La struttura dei tre contratti è molto simile. In soldoni, cambia tutto. Perché, se una società partecipa alla Serie A, automaticamente farà parte della Lega di Serie A. E poiché lo stesso discorso vale per le altre categorie, a naso, è lapalissiano che i ricavi generati dal massimo campionato siano una montagna, rispetto al topolino partorito dalla cadetteria e dalla terza serie. Evidentemente, dunque, sussistono esigenze diverse, oltre che stipendi diversi, a seconda della categoria.

Obiettivo comune, ridurre i costi. Salvaguardando i più deboli

Quindi, nelle prossime settimane, l’obiettivo comune a tutte le componenti del sistema calcio sarà quello di fare ciascuno la propria parte, affinchè si possa superare la crisi, aggravata dalla pandemia e dal blocco dell’intera attività agonistica. A patto che non vengano trascurate le esigenze di chi maggiormente necessita di tutela. Ovvero, i calciatori professionisti, dai redditi più bassi. Quelli perennemente in bilico, tra illusione di grandeur e  precariato.

Sarà compito di Associazioni di categoria, Leghe e Figc vigilare sul comportamento di quei personaggi, che volessero eventualmente approfittare del sentimento di mutuo soccorso, obbligatori in tempi di Coronavirus, per non pagare i calciatori. L’attenzione alle ragioni di bilancio ispireranno una necessaria spending review a tutti i presidenti. Basta che non siano la scusa per assumere atteggiamenti poco trasparenti, dissimulando intenzioni diverse dalla sostenibilità condivisa, tesa unicamente a ridurre i costi ed apportare migliorie ai bilanci.

Francesco Infranca

 

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