Napoli: la guerra tra Guelfi e Ghibellini non fa bene a nessuno

La diatriba tra quelli che considerano Ancelotti un valore aggiunto e chi, invece, lo ritiene "bollito" tiene banco in città

Che polemiche sulla panchina del Napoli

La panchina del Napoli sta vivendo giorni tribolati. Probabilmente neanche il più pessimista tra i tifosi o gli addetti ai lavori avrebbe mai potuto immaginare l’ampio dibattito prodotto dallo sbarco all’ombra del Vesuvio di Carlo Ancelotti. A distanza di una sola stagione agonistica, le polemiche alimentate dalla gestione dell’allenatore emiliano hanno determinato una reazione a catena talmente profonda, ai limiti dell’ingestibile, tale da creare due veri e propri blocchi ideologicamente contrapposti.

La sacralità di Ancelotti non è messa in discussione

Da una parte, coloro i quali sostengono a spada tratta il lavoro di Carletto, supportando le proprie convinzioni, non tanto (almeno, non solo…) con il gioco fatto intravedere, ma soltanto a tratti, dal suo Napoli. Un sistema “fluido”, capace di mettere al “centro del villaggio” i principi, piuttosto che i moduli. I novelli Guelfi fondano le proprie granitiche convinzioni sulla sacralità del lunghissimo curriculum vitae di Ancelotti. Una bacheca arricchita da tituli vari e gratificazioni professionali assortite, conquistati in Italia e nelle tre Leghe europee più prestigiose.

Per costoro, il valore dell’allenatore è indiscutibile. Il “suo” Napoli si stima a prescindere. E’ solo una questione di tempo. Onesto e leale galantuomo, che consentirà agli azzurri di rialzare la testa. Per i simpatizzanti di Ancelotti, con pazienza, questa squadra potrebbe riscoprirsi felice. A patto che si consenta al suo stratega di lavorare serenamente, cosicchè possa dare un’impronta tattica netta e personale al gioco della squadra. D’altronde, la vetta della classifica, ora occupata dalla Juventus, dista solo sei punti…

“Pensionotti” per i disillusi e gli scontenti

Dal canto loro, i detrattori del vincitore della Decima con il Real Madrid accusano il tecnico di Reggiolo di aver contribuito poco o nulla alla realizzazione delle (altissime…) aspettative generate dal suo arrivo a Napoli. Considerata, almeno al momento, la parentesi meno brillante di una brillantissima carriera. Questa sorta di redivivi Ghibellini si interrogano sconsolati sulla perdita delle loro velleità. Disillusi, forse, da un mercato poco galacticos.

Costoro, improvvisamente, pare abbiano scoperto che la cassaforte di famiglia ed il bilancio societario, senza il conforto di un adeguato fatturato strutturale (che stenta a decollare, ristagnando su cifre  analoghe a quelle di qualche anno fa…) permettono al Napoli di sedere al tavolo dei Top Club. Ma in posizione defilata. Sostanzialmente marginale e di contorno. Pretendere di mantenere troppo a lungo una posizione di vertice, senza cristallizzarla con una strategia di investimenti a medio lungo-termine, in nome di chissà quale privilegio calcistico avito, è utopico vagheggiamento. Se non addirittura, bassa propaganda…

L’aziendalista che vuole salvare capra e cavoli

Paradossalmente, entrambe le fazioni stanno perdendo. E la perdita, per sua stessa essenza, è una impalpabile forma di astrazione. Genera vertigini e capogiri. Sintomi di un disturbo del controllo e dell’equilibrio, che provoca pure instabilità nei giudizi. In definitiva, chi ha osservato il Napoli s’è trovato disorientato da una prima parte di stagione in chiaroscuro. Poichè non si capisce ancora cosa gli azzurri possano effettivamente fare per non circoscrivere le proprie ambizioni. Mirando esclusivamente a vivacchiare tra le prime quattro in Serie A. Pur restando lontanissimi dallo Scudetto. Oppure limitandosi ad una dignitosa qualificazione agli Ottavi di Champios League…

A questo punto, una domanda sorge spontanea. Forse il mercato estivo è stato carente e sopravvalutato. Attorno al Napoli, quindi, sono state costruite in maniera artificiosa attese di gran lunga superiori rispetto alle reali potenzialità della rosa. Generando, al contempo, una enorme pressione su molti giocatori: Top Player (o presunti tali…), crack di mercato e semplici comprimari. Ciò non esime da una certa responsabilità Ancelotti, nel contraddittorio avvio di stagione della squadra.

L’impressione è che l’allenatore emiliano stia provando maldestramente a coniugare, riuscendoci poco e male, le necessità economico-finanziarie che sottendono gran parte delle operazioni in entrata definite dalla direzione sportiva, con il placet della presidenza, ai suoi principi di gioco. Partendo da un presupposto fondamentale: il gioco verticale tanto decantato s’è intravisto solo sporadicamente. A meno di non voler considerare la vittoria contro i Campioni d’Europa del Liverpool la partita ideale, ed al tempo stesso, il “canto del cigno”, per Carletto e gli azzurri!

Francesco Infranca

 

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