Maradona disse: “La Juve era il mio grande sogno […]. A Torino avrei fatto collezione di scudetti, sarei ancora in una città dove puoi passeggiare tranquillamente in via Roma senza essere molestato, come mi capitò quando stavo in Italia da pochi mesi e a Napoli non potevo uscire dall’albergo”. È un virgolettato riportato dal Guardian di Manchester ed estratto da un’intervista di Bruno Bernardi a Diego Maradona per La Stampa di Torino nel lontano settembre 1992, al momento del passaggio del fuoriclasse argentino al Siviglia, con addio definitivo al Napoli del detestato Ferlaino. Detestato, sì, perché questo, in quel preciso momento, era il sentimento di Dieguito nei confronti dell’allora patron azzurro. Troppo vivo era il ricordo del tradimento del patto di Germania, primavera 1989, e della coercizione alla permanenza in una città che lo soffocava per troppo amore e in una nazione che gli riservava troppo odio. Aveva deciso di lasciare Napoli prima dell’iconico palleggio di Monaco di Baviera sulle note di “Life is life”, stanco delle reclusioni diurne nel suo appartamento in via Scipione Capece, dei chiacchiericci sul figlio non riconosciuto e sullo scudetto 1988 venduto, e desideroso di cambiare ambiente, di godersi a Marsiglia quella villa con giardino e piscina che Ferlaino gli aveva sempre promesso al principio e mai concesso, e di prepararsi per i Mondiali ‘90 in un campionato molto meno pressante di quello italiano. «Porta la Coppa Uefa a Napoli e ti lascio libero di andare in Francia», aveva promesso il presidentissimo a Diego alla vigilia della semifinale di ritorno della Coppa. El Diez era stato corteggiato da Berlusconi, e aveva rifiutato il faraonico ingaggio offertogli con un «No, grazie… Non giocherò mai al Milan, non tradirò mai i tifosi napoletani». Non avrebbe mai giocato in una squadra italiana diversa dal Napoli, ma in una straniera sì. Gradita la corte di Bernard Tapie, il Berlusconi d’Oltralpe, proprietario dell’Olympique.

Maradona: “Ferlaino non mantenne la sua parola”

Il trofeo era andato al Napoli, ma Maradona non era stato liberato. Mantenere quella parola, per Ferlaino, avrebbe comportato il linciaggio da parte dei tifosi. Vendere l’eroe dei napoletani era impossibile, e quell’eroe aveva provato a forzare la mano restandosene in Argentina, prima di arrendersi alla volontà di don Corrado e tornare barbuto e fuori forma, ma rassegnato a riprendere le redini della squadra per condurla al secondo tricolore. Poi il Mondiale italiano con la sua Argentina, lo smacco all’Italia nella semifinale di Napoli che lo aveva decretato quale personaggio più odiato dagli italiani, la finale di Roma dei volgari fischi e dell’eloquente labiale in mondovisione, il rigore inventato dal messicano Codesal e le accuse di mafia sportiva al presidente della FIGC Antonio Matarrese, amico di Ferlaino, che, a suo dire, aveva già concordato la finale Germania-Italia.

L’impensabile distacco da Napoli sarebbe giunto attraverso la sinistra “pizzicata” all’antidoping. Alquanto strana la positività a un controllo dopo quasi sette anni in Italia, quando il Napoli era piombato nella seconda metà della classifica e proprio quando la dipendenza dalla cocaina del calciatore, già in rotta col club a colpi di carte bollate, aveva raggiunto l’acme, talmente critico da renderlo ingestibile, scomodo, incapace di incidere e insostenibile per le già disastrate casse di un club che per vincere aveva speso più di quanto incassato.

Poi la separazione definitiva dal Napoli, avvenuta nel peggiore dei modi: con un contratto ancora vincolante, alla scadenza della squalifica, Diego era stato convocato in ritiro a Molveno con gli Azzurri agli ordini di Claudio Ranieri, ma l’acredine per il nemico Ferlaino e il rifiuto di tornare a vivere l’incubo della reclusione napoletana avevano prodotto una guerra per vestire la maglia del Siviglia, vinta anche grazie all’arbitrato della FIFA.

Come Napoleone e Lowe a Sant’Elena, Maradona considerava Ferlaino il suo gran carceriere a Napoli. Se ne era finalmente liberato, e non perdeva occasione per esternargli il suo astio. Bruno Bernardi gliene fornì una di quelle imperdibili con quell’intervista che, una volta pubblicata, fu preceduta dal virgolettato di un’elegante signora napoletana a Siviglia per l’Expo 92: «Signor Maradona, perché ci ha traditi? Tutti noi le vogliamo bene, perché non è tornato?». Risposta dell’argentino con occhi sgranati: «Non ho tradito io, ma voi: seguite Ferlaino e non i calciatori che vi regalano gioia».

La Juventus era stata la sua ambizione, il suo sogno europeo, quando, nel 1980, era andato vicinissimo a vestirne la maglia. Boniperti l’aveva di fatto prelevato dall’Argentinos Juniors, ma il presidente della Federazione argentina, Julio Grondona, aveva bloccato il trasferimento poiché il cittì argentino César Luis Menotti gli aveva chiesto di trattenere in patria i migliori calciatori in vista dei Mondiali di Spagna del 1982. Era passato al Boca, e poi, superato il torneo iridato, al Barcellona, dove aveva fatto la conoscenza con la discriminazione per i “sudaca” sudamericani e, purtroppo, con la droga. Poi la fuga a Napoli, una liberazione dall’inferno catalano, la città che lo aveva immediatamente amato. Troppo, e in modo totalmente asfissiante. La Juventus, il sogno europeo di ventenne ambizioso, era diventata, da avversario in maglia azzurra, il simbolo di quel potere di cui lui stesso si era scoperto antitesi incarnata. La voglia di avere una vita privata più serena, immaginata in Francia, lo aveva portato alla guerra contro il Ferlaino, al rigetto del Napoli e di Napoli, dalla quale era rimasto lontano a lungo.

Diego tornò a Napoli solo tredici anni più tardi, nel 2005, per l’addio al calcio di Ciro Ferrara, riassaporando l’amore, ugualmente asfissiante, dei napoletani. Dopo aver rischiato il peggio, e disintossicatosi dalla cocaina, riallacciò il suo legame con la terra del Vesuvio e il suo popolo, consacrato nel riconoscimento del figlio, Diego junior, nel 2007, dopo quasi trent’anni di gelo. Da cittì dell’Argentina, al Mondiale sudafricano del 2010, disse ai napoletani di non dare retta a chi metteva in dubbio il suo legame con Napoli: «Sappiamo solo noi che insieme abbiamo fatto tutto contro tutti; sono e sarò sempre il vostro Diego, il napoletano». Il suo pupillo, in quel torneo, era Gonzalo Higuain, poi passato dal Real Madrid al Napoli, preferito alla Juventus. «Un vero argentino non può mai giocare a Torino», disse Dieguito tre anni prima del grande tradimento. E nell’aprile 2016, all’emittente televisiva campana Piuenne, tuonò: «La Juve è dentro l’arbitraggio italiano. […] Hanno dei giocatori fantastici dentro la Federazione. Qualsiasi problema abbia in campo, il giocatore delle Juve ha ragione». Lontanissimo il tempo delle ambizioni giovanili e del sogno bianconero. Vicina, purtroppo, la fine delle difficili vicende terrene del più grande calciatore di tutti i tempi. Il giorno seguente la sua morte, al Corriere dello Sport, Ferlaino confermò il suo peccato: “Sono stato il suo carceriere”.

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