Arrestato il capo degli ultrà dell’Inter

Marco Piovella detto «il Rosso», capo ultrà della curva dell’Inter, è stato arrestato nell’ambito dell’inchiesta sugli scontri avvenuti prima della partita Inter-Napoli del 26 dicembre scorso. L’arresto è stato disposto su richiesta della Digos della Questura e della procura di Milano sulla base degli elementi raccolti negli ultimi giorni di indagini e di interrogatori. Il 29 dicembre Piovella si era recato in questura dopo che era stato indicato da Luca Da Ros, uno dei primi tre arrestati, come l’ispiratore dell’agguato ai tifosi napoletani. Marco Piovella, 33 anni, è figlio di un’ottima famiglia, ha una laurea al Politecnico di Milano, un’azienda in via Carlo De Angeli (e a Muralto, in Svizzera) che si occupa di lighting design, ossia di architettura della luce, nessun precedente penale sulle spalle. Era amico di «Dede» Belardinelli, il tifoso travolto dal Suv.
Una vita nella quale l’imprenditore di successo Marco Piovella era semplicemente «il Rosso». Lo stesso soprannome con il quale Luca Da Ros, 21 anni, detto «il Gigante», laureando in Sociologia alla Cattolica e anche lui dei Boys, lo indica durante l’interrogatorio di garanzia davanti al giudice Guido Salvini. «Gli organizzatori sono due capi degli Irriducibili, uno dei Viking e “il Rosso”, il capo dei Boys», mette a verbale in una collaborazione fiume con i magistrati il giovane Da Ros. E così, un’ora dopo Piovella decide di presentarsi in questura insieme al suo avvocato Mirko Perlino. Per confermare che c’era anche lui in via Novara la sera di Santo Stefano durante l’agguato ai tifosi napoletani.
Lo ammette perché ormai il suo nome è bruciato, perché agli investigatori della Digos basterebbe un fotogramma degli incidenti per incriminarlo e andarlo ad arrestare. «Abbiamo preferito presentarci spontaneamente — dice il suo legale all’uscita da via Fatebenefratelli —. Marco ha ammesso di essere stato presente al momento degli scontri, ma non era uno degli organizzatori».
«Il Rosso» lascia la questura alle otto di sera, da indagato (per rissa e lesioni) e senza provvedimenti cautelari. Ma, e lo conferma anche il suo avvocato, nelle prossime ore potrebbe arrivare un’ordinanza che farebbe finire anche lui in carcere, insieme a Da Ros e agli altri due ultrà arrestati per gli scontri. Piovella non ha fatto nomi. Non ha parlato delle fasi organizzative del blitz, ricostruito invece dagli investigatori della Digos grazie alle testimonianze degli altri arrestati, ma ha detto di avere visto il momento in cui l’auto pirata «è passata con entrambe le ruote sul corpo di “Dede”». I poliziotti gli hanno mostrato i filmati in cui si intravede la macchina che ha investito Belardinelli. Sembra che si tratti di una vettura con a bordo tifosi partenopei che forse poi si sono diretti allo stadio. Anche se sarebbe un altro gruppo rispetto ai cento ultrà della «Curva A» aggrediti dai nerazzurri. Resta da capire se si sia trattato di un incidente, dovuto a un tentativo di fuga dall’assalto, o di un gesto doloso.

«Dede» e «il Rosso» avevano trascorso insieme il Natale. E si erano ritrovati il giorno dopo in via Novara per l’agguato con spranghe, roncole e bastoni. Belardinelli era uno dei capi dei temuti «Blood and honour» di Varese, espressione del movimento neofascista LealtAzione. Ma Piovella, almeno così lo descrivono i rapporti della questura, pur facendo parte dei quattro leader del direttivo dell’intera Curva Nord, non era legato all’estrema destra. (fonte corriere.it)

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