Una cosa era scontata, dopo la vittoria di Carlo Ancelotti in Champions League. Il classico cinguettio del presidente del Napoli. In effetti, non appena è arrivato il fischio finale dallo Stade de France, Aurelio De Laurentiis s’è affrettato a pubblicare su Twitter i suoi personalissimi complimenti: “Grande Carlo, una Champions assolutamente meritata”. Seguiti a ruota dal profilo ufficiale del club azzurro: “Complimenti ad Ancelotti e al Real Madrid per la vittoria della Champions League”.

Un attestato di stima che stride un po’ con quella parte dell’ambiente che gli è ancora ostile. Tifosi e addetti ai lavori che considerano l’esperienza professionale vissuta all’ombra del Vesuvio da Ancelotti un totale fallimento. Tale addirittura da inficiare una carriera prestigiosa, piena zeppa di tituli.

Capolavoro Real

La conquista della Champions rappresenta il capolavoro di Ancelotti. Probabilmente il Real Madrid sulla carta non era la più forte di questa edizione. Nondimeno, i Blancos, pur non rientrando nell’alveo delle favorite, hanno dimostrato di essere il gruppo che aveva più spirito di sacrificio, tenuta mentale e voglia di vincere. Eliminando, dal loro percorso, il Gotha della pedata continentale: Psg, Chelsea, Manchester City e Liverpool.

Memorabile, dunque, il connubio tra Carletto e le Merengues: l’allenatore mette in bacheca la quarta Champions in carriera, la seconda alla guida dei madrileni, dopo quelle ottenute con il Milan. Mentre il club arricchisce il suo già prestigiosissimo palmarèscon la 14 Coppa dalle Grandi Orecchie. Il doppio di qualunque altra squadra europea.

Ovviamente, non basta evitare di farsi prendere alle spalle, negando la profondità ai rapidissimi offensive players del Liverpool, ed al contempo sottrare loro gli spazi vitali al gegenpressing per vincere. Seppur con il minimo risultato, grazie a tutto il mestiere di cui possono disporre i marpioni a disposizione di Ancelotti. Oltre alla rete di Vinicius e alle parate eccezionali di Courtois.

Ancelotti inarrivabile

Però, il piano gara predisposto dal Real ha prodotto notevoli dividendi, in quanto è riuscito a disinnescare l’abilità dei Reds nello sviluppare quel proverbiale gioco in verticale, marchio di fabbrica delle squadre gestite da Jürgen Klopp.

Quindi, al di là delle scelte tecnico-tattiche nient’affatto spregiudicate, sicuramente poco accattivanti a livello estetico – tipo mettere qualche palla lunga di troppoe poi gestire le seconde palle -, il segreto di Ancelotti rimane quello di coinvolgere al massimo i suoi principali Top Players, convincendoli della bontà di una strategia attendista.

Un approccio all’evento agonistico incentrato sulla capacità di rimanere stretti e corti, arroccati nella propria metà campo.

Nonché predisporsi mentalmente per novanta e passa minuti a un match di grande sacrificio, funzionale a contrastare l’arrembante calcio propositivo degli inglesi. Un’idea fondata su lunghe corse in diagonale sotto la linea della palla. Associate a continue coperture reciproche, per rubare tempo e spazio agli avversari.

Adesso Ancelotti può guardare tutti dall’alto in basso. Perché ha staccato Bob Paisley, che con il Liverpool alzò al cielo tre Coppe dei Campioni (1977, 78 e 81). E Zinedine Zidane, che tra il 2016 e il 2018 ha fatto il tris di Champions al Real.

Alla luce di questi numeri, giusto complimentarsi con Ancelotti, ma il biennio napoletano non deve assolutamente essere considerato un totale disastro. Semplicistico e superficiale etichettarlo così, senza approfondire i motivi che ne portarono all’esonero…   

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