L’indimenticabile stagione 1999-2000, culminata con la promozione in A del Napoli, ha contribuito a costruire una solida leggenda, nel Golfo di Partenope.

Quella di Stefan Schwoch. Uno che a suon di reti, segnate prima e dopo un’esperienza durata probabilmente troppo poco, ha fondato tutta la sua carriera sul concetto di meritocrazia.

Talento nient’affatto precoce, l’altoatesino ha dovuto scalare i gradini della piramide calcistica, facendosi letteralmente strada a forza di gol. A metà anni ’80, infatti, era cosa rara che un ragazzino giocasse titolare in Interregionale, specialmente se occupava una posizione centrale. Non c’era l’obbligo di schierare gli Under e affidare le sorti della prima linea a un esordiente era pressochè inimmaginabile. “Non sono affatto d’accordo con la norma che oggi impone i giovani per regolamento. Credo che se un ragazzo è bravo, merita di giocare, a prescindere dalla carta d’identità. Del resto, nessun allenatore si priverebbe di schierare un calciatore di valore soltanto per l’età…”.  

Invece Schwoch non ha mai dubitato di se stesso e delle sue abilità. Gratificando Merano, Benacense e Crevalcore con una montagna di segnature. Spartiacque tra un onesto gregariato ai margini del Grande Calcio, ed i sogni di ogni bambino che rincorre un pallone: arrivare in Serie A.

Fino a quando i tempi non sono stati finalmente maturi per cogliere al volo l’opportunità di prendersi la scena. Certo che dovessero essere gli altri a rivaleggiare con lui, per la corona di re dei bomber.

Incontri che cambiano il destino

Nessuno meglio di Schwoch potrebbe testimoniare di come un allenatore ti possa cambiare radicalmente prospettive ed orizzonti.

Eppure, nel momento in cui si incontra con Novellino, le aspettative di Stefan parevano tutt’altro che disegnato per un futuro da predestinato. “Ogni tempo ha i suoi protagonisti. Ma in quegli anni, se volevi vincere la B, Walter era una garanzia. Del resto, quanto ha fatto dopo in A, con Piacenza e Sampdoria testimonia la bontà delle sue idee”.  

Ravenna, Venezia e Napoli sono le tappe che segnano in modo indelebile il loro legame, non solo professionale. Il 4-4-2 è il sistema di gioco ideale per esaltare le caratteristiche tecnico-tattiche del bolzanino. Un centravanti tascabile, dalle ridotte dimensioni (1,74 per 70 kg), che ha cambiato l’interpretazione del ruolo. Facendolo in un contesto di essenzialità e minimalismo, funzionale esclusivamente alla logica del gol.

Non a caso, quando assieme vincono il campionato per due anni consecutivi, prima a Venezia e poi a Napoli, in entrambe le circostanze Schwoch sfiora il titolo di capocannoniere. In Laguna timbra il cartellino 17 volte. All’ombra del Vesuvio ben 22. Cifre, però, non sufficienti a defenestrare attaccanti sontuosi, del calibro di Di Vaio, Ferrante e Francioso. “Era un calcio diverso. Molto più difficile di adesso fare gol. La qualità elevatissima. Pure tra i difensori. Assai aggressivi. Oggi ho l’impressione che diano delle carezze. All’epoca in cui giocavo io, al contrario, ne davano veramente poche, di carezze…”.    

Napoli, un idillio breve ma intenso

Se Novellino è il tecnico della transizione, Napoli rappresenta l’importanza del passaggio ad una nuova dimensione. Nonostante, in fin dei conti, Schwoch la maglia azzurra la indossi appena una stagione e mezza. “Impegnativo giocare a Napoli, dove ci sono tutte le condizioni per fare bene. Bisogna avere personalità. Metterci mentalità. Il pubblico è esigente, dà tantissimo ed in cambio chiede impegno e attaccamento ai colori”.

Stefan sbarca al Centro Paradiso a gennaio, dopo aver assaporato il gusto di esordire in A alla soglia dei trent’anni. Al mercato di riparazione, i veneti decidono di puntare forte su Alvaro Recoba, disfacendosi frettolosamente di Schwoch, che nel frattempo s’è tolto lo sfizio di andare anche a bersaglio due volte, a Udine e Firenze.

La squadra partenopea, costruita per risalire immediatamente nella massima serie, non ingrana. E si ritrova lontanissima dalla zona promozione, terminando l’annata in un’anonima posizione di centro classifica. “Fu un anno problematico, tanti giocatori disputarono una stagione sotto tono, tra infortuni e cali di rendimento. Nel gruppo subentrò l’ansia di non riuscire a gestire pressioni e difficoltà…”.  

Per semplificarsi la vita, l’anno dopo Ferlaino punta su Novellino, consapevole che possa essere l’unico idoneo a tradurre l’obiettivo promozione in una solida certezza. Una decisione che, come ha insegnato la storia, è destinata a pagare.

Ancora con Monzon a guidarlo dalla panchina, si concretizza la miglior congiunzione temporale per Stefan e gli altri protagonisti di quella cavalcata memorabile. “Quel gruppo era innanzitutto forte mentalmente. Sapevamo quale era l’obiettivo che ci chiedevano tifosi e società. Il rammarico è proprio quello. A quella squadra, una volta conquistata la promozione, bisognava solamente dare continuità. Invece Corbelli fece scelte diverse, smantellandola, ascoltando i suggerimenti di qualche procuratore interessato”.  

Torino, Vicenza e poi stop

Non contenti di aver defenestrato Schwoch del diritto di disputare legittimamente la Serie A con il Napoli, i consulenti di mercato suggerirono a Corbelli un’altra brillante idea: accettare l’offerta del Torino e cederlo definitivamente. Del resto, pagato 3.5 miliardi di lire, lo stavano rivendendo per 10.

Con la ciclica ripetitività con cui cannibalizzava ogni pallone che gli passasse vicino negli ultimi sedici metri, Stefan ottiene un’altra promozione con i granata. “Da terz’ultimi a primi, ma eravamo una Ferrari…”.

A quel punto, inizia la seconda parte della leggenda del bomber con i lunghi capelli, un tantino da hippy, adornati dalla classica fascetta a tenerli in qualche modo a bada, mentre si lega anima e corpo al Vicenza. Diventata ormai casa sua.  

Sfiora l’ennesimo colpo promozione, con Andrea Mandorlini al timone, fermandosi sul più bello. Non si tira indietro nei momenti bui, tra cambi societari, una retrocessione con successivo ripescaggio e una salvezza raggiunta all’ultimo respiro. A 37 anni suonati dice basta.

Tutte queste esperienze sono state in grado di fare da perfetto e necessario trait d’union tra l’attaccante mortifero in Serie C, capace di trasformarsi, con certosina pazienza e maniacale applicazione, nel marcatore più prolifico della cadetteria.

Ad oggi, Stefan resta titolare di un record all-time, che dura da almeno dieci anni: 135 reti complessive, davanti a Cacia e Caracciolo, fermi rispettivamente a quota 134 e 130.

Dazn, il ciclo terribile ed Osimhen

Dopo il ritiro, Schwoch ha optato per il golf (“Troppo faticoso il calcio, i dolori si fanno sentire, meglio ferri e legni…”). Nondimeno, la Serie B è casa sua. Ecco perché, da quando Dazn ha acquisito l’esclusiva dei diritti sul campionato cadetto, Stefan ne è diventato commentatore e voce tecnica.

Un’avventura che non gli impedisce di gettare uno sguardo interessato alla A. Soprattutto in casa Napoli. “Questo potrebbe essere il mese decisivo in ottica quarto posto. Il Napoli non può sbagliare le prossime quattro partite, e permettersi di perdere punti preziosi. Bisognerà avere la stessa mentalità e intensità dimostrate nel secondo tempo con la Juve. Ripartire da lì…”.

Già, la sconfitta di Torino, per com’è maturata, pare non sia stata pienamente metabolizzata dall’ambiente partenopeo. Tuttavia, Schwoch non è pessimista. Anzi, ha una sua teoria. Ovvero, offrire un contesto tatticamente ideale per esaltare il calcio diretto e verticale di Osimhen. “Partiamo da un presupposto. E’ un attaccante di grande prospettiva, che deve migliorare tecnicamente. Finora ha fatto intravedere delle potenzialità. Specie quando strappa e aggredisce la profondità, allunga le linee avversarie, obbligando i difensori a correre all’indietro. Saltando tante gare e allenamenti per l’infortunio alla spalla e poi il covid non è riuscito a dare continuità ”.  

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