Il calcio accende la fantasia. Ingabbia la gente, intrigandola con storie sincere. Come quella di Salvatore Aronica.

Un giocatore d’altri tempi, che ha speso gli anni migliori della sua carriera a Napoli. Trasformando con successo la vita all’ombra del Vesuvio in un piccolo capolavoro di normalità.

Primo impatto, Reja e Donadoni

Paradossale l’impatto iniziale con l’esperienza napoletana. Poiché presenta i tratti tipici di quelle annate talmente contraddittorie, da spaventare tifosi e addetti ai lavori. “Arrivai a Napoli sul filo di lana, l’ultimo giorno di mercato. La Reggina non voleva assolutamente cedermi. Infatti, avevo giocato la prima di campionato a Chievo…”.

Il rendimento degli azzurri nelle prime nove giornate del 2008, infatti, è sontuoso. Illuminato dalla capacità di dominare chiunque si frapponga tra il Napoli e la testa della classifica. Consolidato da 6 vittorie, 1 pareggio e solamente 1 sconfitta.

D’altronde, la gambe volano che è una bellezza. La necessità di partecipare all’Intertoto, porta di servizio per accedere alla Coppa Uefa, obbliga Edy Reja a cominciare la stagione assai in anticipo rispetto alla concorrenza. E poco importa che all’ultimo turno preliminare sia il Benfica a strappare il pass per accedere al tabellone principale della manifestazione europea.

Al giro di boa del campionato, i partenopei sono padroni del quarto posto. In ogni caso, alla lunga, si ripristinano i valori reali. Anche se niente sembra preventivare il crollo verticale della squadra. “Reja cercò di salvare il salvabile, ma non riuscì a invertire la tendenza negativa. Direi che pagammo a caro prezzo la preparazione anticipata”.  

Tre mesi e mezzo senza vittorie. Due miseri punti in un lasso di tempo così ampio costano la panchina a Reja. Sostituito da Roberto Donadoni. Ma il Napoli ormai è in rottura prolungata. Chiuderà la stagione al dodicesimo posto, con il peggior rendimento di tutte, nel girone di ritorno. “Donadoni non riuscì ad entrare nella testa dei giocatori. Giocavamo e ci allenavamo spinti dall’inerzia, quasi privi di entusiasmo. Una cosa che pagammo pure l’anno dopo…”.

Mazzarri, padre putativo

Il cuore è l’organo simbolo dell’amore. Segue il ritmo delle emozioni, senza neppure rendersene conto. Con Walter Mazzarri è amore vero, calcisticamente parlano. I due si conoscono alla Reggina, e lasciano una traccia evidente nella galleria della Storia.

Procediamo con ordine. Aronica ha fatto il viaggio inverso sullo Stretto. Dal Messina, dopo due buone annate in Serie A, sbarca a Reggio Calabria.

Meno 15 punti in classifica causa Calciopoli: il 2006/2007 dei calabresi comincia con quella punizione draconiana. Una premessa che sa già di condanna alla B, capace di scoraggiare chiunque. “Ricordo che la sentenza arrivò a metà agosto. Eravamo in ritiro in vista della partita di Coppa Italia con il Crotone. Onestamente, nessuno si aspettava una penalizzazione così forte”.

Eppure, in barba al peggiore dei pessimisti, al “Granillo” conquisteranno una salvezza leggendaria. “Facemmo un patto all’interno dello spogliatoio con l’allenatore, che rendemmo noto al presidente Foti. L’idea era quella di battagliare su tutti i campi, contro qualsiasi avversario. A gennaio poi avremmo fatto un primo bilancio”.

Trascinata dalla coppia di bomber formata da Nicola Amoruso e Rolando Bianchi, veramente mortiferi, a segno 17 volte il primo e 18 il secondo, la Reggina mantiene la categoria. “Doveva essere una stagione fallimentare, segnata dalla penalizzazione. Invece, i valori umani di quel gruppo crearono entusiasmo. Il lavoro e l’abnegazione consentirono di salvarci. Ma quella squadra era anche ricca di qualità tecniche…”.

Ritrovarsi a Napoli con il proprio mentore

Il pozzo della memoria è profondissimo. Difficile immaginare cosa ci sia là sotto, quando vengono a galla flashback di una vita passata.

A settembre 2009 sulle sponde di Partenope c’è fermento. Si interrompe il rapporto con Pierpaolo Marino, artefice della risalita del Napoli post fallimento, dagli inferi della Lega Pro sino alla media borghesia della massima serie. A sostituirlo, un altro reggino doc: Riccardo Bigon.

Gli stravolgimenti coinvolgono pure la squadra. Donadoni annaspa: 7 punti in sette partite – 2 vittorie, soltanto 1 pareggio – gli costano la panchina. A prenderne il posto, arriva Mazzarri. “Adesso posso confessarlo. Alla vigilia di Roma-Napoli, considerata l’ultima spiaggia per Donadoni, nell’ambiente cominciò a circolare il nome di Walter come possibile sostituto. E devo dire che segretamente facevo il tifo per lui…”.

Come d’incanto, comincia ad emergere prepotente la vena rapsodica della squadra guidata dal toscano. Costellata da memorabili rimonte. Cadute e risalite nell’ambito della stessa partita, insostenibili per chi avesse le coronarie deboli.

Tanti gli esempi di quella esaltante cavalcata, culminata con il sesto posto ed il diritto a partecipare all’Europa League. “Quella squadra aveva un’indole decisamente battagliera. Nelle corde di molti giocatori c’era una feroce determinazione, una cattiveria agonistica, che unita all’applicazione ispirata da Mazzarri, non mollava mai”.

Una Esaltante Favola Azzurra

Ci sono ricordi che calamitano emozioni sempre nuove. Frammenti di vita calcistica che non restano sopiti troppo a lungo. Anzi, pretendono di suscitare i medesimi tuffi al cuore, ogni qual volta si ripresentano con prepotenza alla memoria. “All’inizio del ciclo Mazzarri la squadra era composta da uno zoccolo duro di portatori d’acqua. Bisogna riconoscere all’allenatore il merito di aver esaltato queste nostre caratteristiche. Una situazione che ci permetteva di spostare sempre un po’ più vanti l’asticella del rendimento”.

E’ il caso della stagione 2010-11. Un campionato caratterizzato dalla spasmodica rincorsa alla capolista Milan si conclude solo alla trentaduesima giornata. Il Napoli mantiene invariato il distacco di tre punti dalla vetta. Tuttavia, l’imponderabile è dietro l’angolo. Due sconfitte consecutive, con Udinese e Palermo escludono definitivamente gli azzurri dalla lotta scudetto.

Il calo nel finale di stagione (5 punti nelle ultime sei partite) non pregiudica la cavalcata, gratificata dal terzo posto, con 70 punti, e l’accesso diretto alla Champions League, dopo ventuno anni dall’ultima partecipazione. “Mazzarri ci pungolava quotidianamente. Voleva che ci abituassimo a non mollare mai. E per questo, diceva che non dovessimo mai perdere di vista l’obiettivo, prima che l’arbitro fischiasse la fine”.

L’esaltante musichina della Champions

Il 2011-2012 è associato indissolubilmente alle Coppe. Un percorso da antologia, che proietta il gruppo che alza la Coppa Italia, battendo la Juventus, direttamente nell’Empireo degli Immortali. “In effetti, quello fu l’anno della consacrazione. La società aveva deciso di alzare le proprie ambizioni. C’erano aspettative nell’ambiente. Ma noi eravamo davvero una squadra di incoscienti…”.

L’anno della Coppa dalle Grandi Orecchie. La musichina vezzosa che accompagna attori protagonisti e semplici comparse sul palcoscenico dove si esibiscono i Top Club. “Ho parlato di incoscienza. Il fatto è che era un piacere misurarsi con Bayern Monaco e Manchester City. Avevano sicuramente qualcosa in più di noi dal punto di vista qualitativo. Ma era in quei momenti che facevamo valere la nostra voglia”.

Il boato dei tifosi al San Paolo un attimo prima del fischio d’inizio. L’urlo “The Champions”, che accompagna la conclusione dell’inno, è un brivido rimbombante in tutta Fuorigrotta. Rilevato addirittura dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. “Il girone era davvero proibitivo. Alla vigilia ci consideravano poco più che una semplice outsider. E invece ottenemmo il massimo. L’unico cruccio è per la doppia sfida con il Chelsea. Pagammo a caro prezzo la mancanza di esperienza. Ma al ritorno loro avevano cambiato allenatore. Trovammo una squadra completamente diversa mentalmente. Di Matteo fu bravo a puntare sul gruppo storico, rilanciando Drogba e Lampard…”.

Milan-Napoli mai banale

Nella sua esperienza napoletana ci sono stati momenti in cui Aronica ha dovuto dilatare orgogliosamente il petto. Trovare la forza per spiegare agli avversari che certe maglie si indossano con feroce determinazione. E’ capitato contro il Milan. Ne sa qualcosa addirittura Zlatan Ibrahimović.

E’ il 5 febbraio 2012. Il Napoli sta attraversando un periodo particolare. Non vince da cinque partite e vuole assolutamente archiviare il momento peggiore di quel campionato, con una prova all’insegna della cattiveria agonistica.

A metà ripresa Ibra e Sasà vengono pericolosamente a contatto. Lo svedese rifila una manata al difensore, che non rifugge certamente dal tirarsi indietro. Lo scambio di cortesie sfugge a Rizzoli, ma non all’assistente, che lo segnala prontamente all’arbitro. Morale della favola: rosso diretto al milanista. “In quegli anni mi sono scontrato spesso con Ibrahimović. Ed ogni volta erano scintille. Diciamo che all’epoca la squadra rossonera rispecchiava l’atteggiamento dei suoi calciatori. Una squadra cattiva, calcisticamente parlando, piena di grinta. Oltre che assai qualitativa, ovviamente”.

Era il Milan anche di Gennaro Gattuso. La cui gestione tecnica, sulla panchina del Napoli, è stata caratterizzata da incomprensibili amnesie. Un’aberrazione, per un difensore old school come Aronica. “Osservando il Napoli attuale, forte è la sensazione che subisca gol in maniera superficiale. Per errori dei singoli o poca coesione nel reparto. Probabilmente hanno influito le assenze e gli infortuni. Nonché il calendario fittissimo. Certe situazioni vanno allenate. La giusta posture in marcatura, la necessità di evitare che l’avversario riesca a girarsi e trarne vantaggio. Insomma, tutte cose che presuppongono un lavoro temprato e strutturato nel tempo. Che forse Gattuso non ha avuto…”.   

Tutto passa per Aronica, resta l’esempio

Credi che l’amore può durare per sempre. E immediatamente dopo, prendi tristemente consapevolezza che l’eternità è pura illusione. “Il mio rapporto con Mazzarri è sempre stato schietto, all’insegna della sincerità. Avevo compreso che Walter a fine anno avrebbe scelto un’altra esperienza, lontano da Napoli. Inoltre, la sensazione che la società volesse ringiovanire, era forte. Insomma, poiché in tutta la mia vita mi sono comportato sempre con rispetto ed onestà intellettuale, anticipai i tempi della dipartita…”.

A gennaio 2012, nella finestra invernale di mercato, dunque, Aronica torna in Sicilia. “Accettai la corte del Palermo perché Zamparini mi offriva un contratto irrinunciabile. Ma dopo qualche mese, con la scusa che avevo un ingaggio troppo oneroso, mi mise ai margini della  rosa…”.

Insomma, Sasà chiude idealmente il cerchio del suo percorso professionale. Cominciato dall’Interregionale. Appena diciottenne, con il Bagheria.  

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