Raffaele Di Fusco riassume in sé quelle caratteristiche che hanno reso leggendario, a tratti pure poetico, il ruolo del portiere di riserva. Destinato ad una maglia da titolare solo eccezionalmente, in caso di infortunio o squalifica del suo omologo.

Almeno fino a quando le nuove regole ne hanno cambiato radicalmente l’interpretazione. Trasformandolo in qualcosa di ben altro, rispetto all’elemento marginale cui era relegato un tempo, all’interno di una squadra, a metà anni ’80 e ’90. “Oggi il calcio è venduto meglio mediaticamente, ha una maggiore visibilità. Tuttavia, penso di aver giocato in quello che, probabilmente, era il più bel campionato d’Europa. In quel periodo erano ammessi solamente tre stranieri per squadra ed i migliori campioni al mondo stavano tutti in Italia. Il livello competitivo altissimo obbligava i giovani a prenderli come esempio, favorendo in tal modo, la formazione e la costruzione di nuovi talenti”.

Una categoria, quella del dodicesimo, sempre poco visibile. Senza la vetrina del campo a ritmarne ogni maledetta domenica. Quindi, in un contesto dal quale era arduo emergere. Se non addirittura sopravvivere. “Mai avuto il procuratore. Soltanto in un’occasione ho sottoscritto un contratto triennale. Poi, sempre vincoli annuali. Ero cosciente che dovessi guadagnarmi la riconferma di anno in anno, in quelle rare occasioni in cui giocavo”.   

Leader silenzioso, tra i “giganti”

La necessità di non esaurire il proprio lavoro esclusivamente negli allenamenti, facendosi trovare pronto alla chiamata, in caso di bisogno obbligava a mantenere costantemente uno standard tecnico e psico-fisico ottimale. Poiché alla riserva difficilmente la critica avrebbe perdonato alcunchè. Magari giudicandone gli eventuali errori con eccessiva severità.

In quest’ottica, Di Fusco è riuscito a ritagliarsi un posto al sole, nel Napoli destinato a scrivere un pezzetto di Storia. Istanti scanditi da successi indimenticabili. Tra i pali, le volte in cui veniva chiamato in causa. Oppure a guardare in faccia il proprio destino, accomodato in panchina. Sospinto dalla consapevolezza di essere comunque un tassello fondamentale nello spogliatoio, seppur poco appariscente.

Dunque, tenuto in incredibile considerazione, nonostante mettesse poco o nulla piede in campo, Raffaele riesce a dare il suo peculiare contributo. Accettando con serenità la numero dodici. E diventando leader silenzioso. Una cosa nient’affatto banale, in quel gruppo ricco di forti personalità. Catalizzato dall’ingombrante figura di Diego Armando Maradona. “La gente e buona parte degli addetti ai lavori ne parlano, senza veramente sapere chi o come fosse. Giudicano Maradona, giocatore e personaggio pubblico. Ma chi l’ha frequentato nella vita privata, ha conosciuto Diego…”.    

Per un momento, l’emozione ferma l’inesorabile scorrere del tempo, e la memoria cristallizza i ricordi. Tratteggiando un aspetto del carattere del Pibe poco reclamizzato. “Certe volte, quando andavamo in ritiro, eravamo costretti a correre tra la gente assiepata ai bordi dei percorsi, tra i boschi. Puntualmente, a fine seduta, i tifosi si accalcavano per chiedere foto e autografi. Diego, stanco a affaticato, trovava sempre un momento per fermarsi con i bambini e farsi ritrarre. Felice come un ragazzino, in mezzo ad altri ragazzini…”.    

Un esempio positivo per tutti

Gli allenatori, da Di Fusco pretendevano che contribuisse a tenere elevatissimo il livello degli allenamenti. “Sono stato fortunatissimo, perché ho interagito con tecnici speciali. Corrado Viciani, a Vicenza, all’esordio tra i professionisti, in Serie B. Un vero precursore, con l’idea del gioco corto. Parlava quarant’anni fa di costruzione dal basso, possesso esasperato e pressing in avanti. Simoni, un vero signore. Mondonico impersonificava la bontà e la simpatia. Lippi era diretto come pochi: magari ti appendeva al muro dello spogliatoio, ma pubblicamente ti difendeva a spada tratta. Se non avessero avuto tutti fiducia in me, non avrei fatto 15 stagioni in Serie A. Credo che mi considerassero un giocatore affidabile, nonché una persona seria”.

Raffaele ha sempre svolto il compito affidatogli con abnegazione. Come avevano fatto con lui Bugatti e Sentimenti. Due vere icone a tutela della porta azzurra, in un calcio d’altri tempi. “Nel settore giovanile del Napoli sono cresciuto con i loro insegnamenti. E con le traiettorie a foglia morta di Mario Corso. Mi hanno formato, fuori e dentro il campo”.

La certezza di veicolare ai compagni positività potrebbe apparire un compito non facile da assolvere, quando sai che poi il lavoro quotidiano non è finalizzato alla partita.

Eppure, il modo di ritagliarsi un piccolo spazio tutto per sé, Di Fusco lo trovava sempre.

Ad ogni fine seduta, gli spettava l’onere di fermarsi con Maradona. Insomma, una sorte infausta: sottoporsi alla tortura di farsi impallinare dai tiri de El Diez, fino a quando sul Centro Paradiso non calava l’oscurità. Prendendo, sostanzialmente, un’infinità di gol. “Era uno spettacolo fermarsi con Diego. Una specie di scuola, si imparavano un mucchio di cose. Innanzitutto, a rimanere fermo fino alla fine, per comprendere le traiettorie. La cosa simpatica è che, se mettevo la barriera, era quasi scontato segnasse, calciando sopra le sagome. Ma se la levavo, piazzandomi centralmente, gli toglievo un po’ di spazio, creandogli qualche difficoltà in più. A tal proposito, mi viene in mente un aneddoto. Tacconi diceva che prima o dopo, l’avrebbe tolta la barriera contro Diego. Ma non l’hai mai fatto, però…”.

Castellini “padre putativo” di Di Fusco

Se nell’immaginario collettivo il portiere è disegnato tradizionalmente come un giocatore un po’ folle ed egocentrico, allora Di Fusco, nell’arco della sua carriera, non ha assecondato questo luogo comune.

Estremo difensore discretamente dotato dal punto di vista tecnico, per sopperire alla mancanza di fisicità, non essendo altissimo (1,80 centimetri). Senso del piazzamento e nessuna paura a lanciarsi sui piedi dell’avversario con il corpo; le mani protese in avanti, a chiudere lo spazio.  

Reattivo, all’occorrenza anche spettacolare. Non a caso, pupillo di Luciano Castellini. “Per me è stato un padre putativo, calcisticamente parlando. Devo quasi tutto a lui. Mi ha trasmesso i trucchi del mestiere. Oltre ad avermi insegnato a comportarmi da professionista. Un po’ quello che ho cercato di fare successivamente con Pino Taglialatela”.

C’è stato un momento in cui pareva davvero che Di Fusco fosse destinato a raccogliere l’eredità del Giaguaro. L’annata 1983-84 è l’ultima di Luciano giocatore. In effetti, non era chiaro se la stagione successiva avesse scelto di appendere i guanti al fatidico chiodo, nonostante un altro anno di contratto.

Nondimeno, Castellini suggerisce al Napoli di non guardare troppo lontano per designare il suo successore. “Nel ventre dello stadio Partenio, dopo il derby vinto con l’Avellino, ci fu una riunione. Da una parte, Ferlaino e Punzo. Dall’altra, io e Luciano. Che si espresse riguardo il suo futuro, tranquillizzando la società circa l’opportunità di puntare sul sottoscritto. Poi arrivò Allodi e prese Garella”.      

Sarebbe lecito chiedersi cosa sarebbe potuto accadere qualora la sliding doors imboccata da Raffaele fosse andata diversamente. Se il Napoli avesse avallato il suggerimento di Castellini, la vita e la carriera di Di Fusco forse avrebbero preso una piega diversa. “Avevo firmato con il Napoli un contratto triennale praticamente in bianco. Ma volevo giocare e accettai l’invito di Santin. Posso dire di essere stato uno dei pochi a chiedere di andar via, e scendere di categoria, seppur in prestito, negli anni in cui il Napoli cominciava ad essere competitivo per le prime posizioni”.   

Momenti di gloria

E’ innegabile che la competizione sia una parte imprescindibile nel percorso professionale di un calciatore. Così, ad un certo punto, soffiando sul fuoco dell’ambizione, la naturale vocazione ad essere qualcosa in più di un semplice rincalzo ha portato Di Fusco a Catanzaro.

In Serie B, giocando con continuità, si dimostra un portiere solido e lineare. Dall’istinto acrobatico ed il gusto per la parata ad effetto. Eppure, a causa della retrocessione, l’avventura calabrese rischia di passare inosservata. Mentre testimonia quanto possa essere spendibile il suo nome in un contesto assai ambizioso. Scontato, a quel punto, il ritorno all’Ombra del Vesuvio.

Di Fusco ha avuto l’opportunità di ergersi a protagonista, in quei rari momenti di gloria in cui ha difeso la porta del Napoli.

Nell’ultima giornata della stagione 1986-87, la squadra partenopea è di scena ad Ascoli, con la testa alle vacanze e le gambe appesantite da massicce dosi di bollicine. Difficile mantenere la concentrazione, dopo la conquista del primo Scudetto. Eufemistico aggiungere che l’intensità negli allenamenti abbia latitato in quei giorni.

In ogni caso, bisogna onorare il campionato. Ottavio Bianchi concede la vetrina a Raffaele, che ingaggia una battaglia personale con Massimo Barbuti. Capace di pareggiare il gol iniziale di Andrea Carnevale. Ma fermato più volte sulla via del raddoppio proprio dalle parate di Di Fusco.

Che mette lo zampino anche sul secondo Scudetto. Alla sedicesima giornata è di scena al San Paolo, il Bologna di Bruno Giordano. A sorpresa, Albero Bigon schiera dal primo minuto Raffaele.

Di Fusco sigillando la porta, compie un paio di parate salvarisultato, contro l’ex dal dente (un po’…) avvelenato. In particolare, una con la mano di richiamo, su un tiro dalla distanza.

Sorte analoga quando va al Torino, a fare da chioccia a Luca Marcheggiani. Assoluto protagonista in un Derby della Mole, assieme al brasiliano Casagrande, che stende la Juve con una doppietta. Oppure contro il Milan degli Olandesi, con una paratona spolvera incrocio su Gullit. “Marcheggiani, con cui condividevo la stanza in ritiro, mi rinfacciava di quanto fossi fortunato a giocare le partite più importanti. Ed io a rispondergli per le rime, controbattendo che me ne faceva giocare talmente poche...”.

Il sogno di giocare avanti si avvera

Credo che il sogno nel cassetto, per un portiere, sia provare a fare gol al collega…”. Con queste parole, Di Fusco racconta uno nei momenti più significativi della sua esperienza nel calcio.

L’11 giugno 1989 il Napoli, secondo in classifica, ma staccatissimo dall’Inter virtualmente Campione d’Italia, va a fare visita all’Ascoli. La lista degli indisponibili è talmente lunga, che in panchina l’unico giocatore di movimento è il giovane Cosimo Portaluri, affiancato proprio da Di Fusco e Ciccio Romano. Che si limita a fare numero, a disposizione per onor di firma, in quanto infortunato. Gli azzurri, ovviamente condizionati dalle assenze, in mezz’ora prendono due gol. Segnano Cvetković e Giordano su rigore.

Il match si trascina stancamente, quando accade l’imponderabile: al 79′ si fa male Careca. L’unico cambio possibile, visto che Portaluri era subentrato a Bucciarelli, quello di Di Fusco, che per l’occasione veste la maglia numero 16. “Prima di andare in porta, da ragazzino, giocavo in avanti. Anche nelle partitine infrasettimanali, se eravamo dispari, Bianchi mi schierava in mezzo. E coprivo i ruoli scoperti. L’allenatore ed i compagni si fidavano delle mie qualità come calciatore di movimento”.

Abilità note all’ex compagno di squadra, che ne disinnesca subito la pericolosità, con un prezioso il suggerimento alla panchina bianconera. “Giordano, appena mi vide entrare, richiamò l’attenzione di Bersellini e gli disse di farmi marcare a uomo. Infatti, venne a curarmi personalmente Destro”.

Nondimeno, nei minuti finali a Raffaele si presenta l’occasione per segnare: su un calcio d’angolo, si tuffa di testa e centra la porta, ma Pazzagli fa buona guardia. “A fine partita ho fatto le foto con i due portieri: Pazzagli e Giuliani…”.

L’immagine che ritrae Di Fusco mentre abbandona il terreno di gioco del Del Duca, a fine gara, ridacchiando abbracciato al portiere ascolano, resta un ricordo indelebile di quella giornata pazzesca. 

Preparatore e inventore

La seconda vita di Di Fusco, una volta ritiratosi dall’attività agonistica, è stata quella di trasmettere agli altri il suo sapere. Preparatore dei portieri, specializzato nel rimettere a posto giocatori in crisi d’identità. “A Napoli, collaboravo con Mondonico, che non gradiva lo stile di Franco Mancini. Mi chiese di recuperare Fontana, che veniva da un lungo periodo di inattività a causa di un infortunio alla mano. A Messina volevano dare via Storari immediatamente dopo il ritiro precampionato. Ma con il duro lavoro lo recuperammo…”.

Non ci sono segreti in quello che fa Raffaele con i suoi “allievi”. Solo sudore, applicazione e determinazione. “Allenare i portieri significa instaurare un rapporto di fiducia, che va al di là del campo. Loro si confessano e tu ne devi recepire lo stato d’animo. Per esempio, se la sera prima hanno tirato un po’ più tardi, me lo vengono a dire chiaramente, ed io predispongo una seduta diversa, per evitare di metterli in difficoltà davanti alla squadra…”.

Una filosofia a metà tra lo zen ed il buon padre di famiglia. Arricchita da uno strumento tecnologico all’avanguardia: il deviatore di traiettorie. Un attrezzo funzionale a sviluppare tempi di reazione ed esplosività. Brevettato e commercializzato da Di Fusco una decina di anni fa. “L’idea mi venne ripensando a quando Lido Vieri, al Torino, allenava me e Marchegiani. La mattina si gelava e gli inservienti solitamente coprivano il campo con dei teloni. Un pallone calciato dal mister colpì un tubo che manteneva tesa la copertura ed il pallone cambiò improvvisamente traiettoria. La Juventus fu la prima società ad acquistarlo. Adesso è venduto in tutta Europa…”.

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