Da quando è ripreso il campionato, dopo la sosta per il Mondiale, Piotr Zielinski non ha ancora dato l’impressione di aver raggiunto quei picchi di rendimento che gli avevano permesso di smentire i suoi maggiori detrattori. Quelli che pur riconoscendone il talento cristallino, l’hanno sempre accusato di essere un discontinuo. Eppure, quest’anno, proprio con il 4-3-3, sembrava che le cose fossero cambiate per il polacco.

In effetti, rispetto al passato, lavorare all’interno di uno scenario tattico ben definito – un metodista e due mezzali “di tocco” – gli ha giovato non poco.

Insomma, per il Napoli, qualcosa è cambiato in mediana quando Spalletti ha maturato la convinzione che il terzetto composto da AnguissaLobotka-Zielinski fosse in grado di supportare adeguatamente la squadra nelle due fasi in cui si articola il gioco. Piuttosto che usare il numero venti esclusivamente in fase offensiva, come trequartista classico o sottopunta.

Perchè il pregio di Zielinski rimane quello di saper spendere le sue inequivocabili capacità tecniche per consolidare il possesso e rifinire la manovra, oltre a finalizzarla. Quella naturalezza tipica con cui strappa in conduzione, che l’hanno reso facilmente riconoscibile, assai più della zazzera bionda.

Stile di gioco, altro che indolenza

Eppure, nonostante i proverbiali pregi – gol, assist e giocate da stropicciarsi gli occhi – potrebbero renderlo potenzialmente un Top Player, complice anche il suo atteggiamento, l’impressione che veicola talvolta in tifosi e addetti ai lavori rimane quella del giocatore apatico, svogliato. A tratti addirittura indolente.

Niente di più sbagliato, ovviamente. Zielinski ha uno stile di gioco istintivo ed al contempo raffinato. Fatto di rapidità nei primi passi e velocità palla al piede le volte che accelera. Probabilmente, trae in inganno a prima vista quella sorta di apparente lentezza. Il modo come abbassa il ritmo quando gli arriva il passaggio, oppure decelera, gira sui tacchi e torna indietro.

Non un limite, calcisticamente parlando. Nemmeno un trucco per ingannare il dirimpettaio. Bensì, un atteggiamento che gli impone di non affrettare la giocata. Specialmente in questo momento in cui non gli riesce tutto come vorrebbe.

E così si alza il brusio di insoddisfazione di chi lo vede rientrare dentro al campo, invece di privilegiare una soluzione nient’affatto scontata, ma abbondantemente nelle sue corde. Tipo ricevere, pure di spalle, e immediatamente dopo girarsi per seminare lo scompiglio, puntando la porta senza timore di subire il ritorno fisico degli avversari.

Rinnovo accantonato, testa alla Roma

Sia ben inteso, bisogna sgombrare il campo da inutili speculazioni. Nulla lascia immaginare che i primi approcci con la società per il rinnovo di un contratto che va in scadenza nel 2024 possano frustrare la condotta di Zielinski in campo.

Al di là delle difficoltà momentanee, quindi, c’è qualcosa che fa presagire per il polacco un futuro di efficiente pragmatismo, comunque in grado di arricchire il sistema proattivo dalla capolista. Già a partire dalla partita con la Roma. Il prototipo del calcio che sviluppano i giallorossi, infatti, prevede un corposo asse centrale, con due metodisti e due trequartisti: gente che canta e porta la croce, con piedi educati e polmoni resistenti.

Uno scenario in cui Piotr dovrà calarsi tatticamente. Magari rendendosi meno pericoloso nella trequarti altrui e svolgendo un lavoro oscuro in funzione del collettivo, associandosi magiormente con i compagni di reparto per mantenere il possesso anche in situazione di densità centrale o inferiorità numerica.

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