Nicola Mora ha il cassetto della memoria idealmente zeppo di ricordi all’ombra del Vesuvio. C’è un solo modo, quindi, per convincerlo a sfogliare un album bello pieno.

Consentirgli di aprirlo con leggerezza e profondità di pensiero, affinchè possa raccontare la sua storia. In particolare, quella vissuta a Napoli. Una città che non ha mai smarrito durante tutto il suo cammino calcistico, capace di gratificare una parte importante di carriera.

Ma soprattutto, un luogo che ha segnato indelebilmente il suo iter lavorativo e non.   

Primi assaggi di A, con il Napoli nel destino

Figlio della sua terra, l’operosa Emilia-Romagna, Mora è arrivato ad esordire in Serie A proprio partendo dalla provincia.

Quel Parma che a metà degli anni ’90 si liberava dello status di club periferico e marginale, per assumere un ruolo preminente nell’alveo delle cd. Sette Sorelle. “E’ stata un’emozione fortissima approdare in prima squadra, dopo aver fatto tutta la trafila nel settore giovanile. Ho esordito a Udine, subentrando nel finale a Sensini, che si era infortunato. Un privilegio per pochi, perché quel Parma era composto davvero da campioni…”.

I massicci investimenti della famiglia Tanzi, infatti, permettono ai Ducali di duellare alla pari, in campo e sul mercato, con le “grandi”, contendendo ai tradizionali padroni del campionato la corsa ai vertici della classifica e l’accesso alle Coppe. “Il fatto è che quella squadra era costituita innanzitutto da grandissimi uomini, dal grosso spessore umano. Guidati da un tecnico come Ancelotti, competentissimo. Nonostante fossi un giovane aggregato, tutti mi trattavano come uno del gruppo”.

I primi passi nel calcio che conta non è soltanto futile materia di rimembranze adolescenziali. Bensì, un segno di quanto intrecciato fosse già a quel tempo il destino di Mora con la maglia azzurra.

Il 12 aprile ’98 Nicola fa il suo debutto dal primo minuto con i Crociati. Ma è pure una data nefasta nella storia del Napoli. La sconfitta per 3-1 sancisce matematicamente la Serie B dei partenopei dopo più di trent’anni. “Era Sabato Santo, Ancelotti da metà settimana mi aveva preannunciato che sarebbe toccata a me. Mi tranquillizzò, dandomi la possibilità di metabolizzare la cosa. Dicendomi che non avrei dovuto preoccuparmi, giocando come se fossi ancora in Primavera…”.

Quella partita ha un antefatto che il tempo ha tramandato ai posteri, trasformandolo in una sorta di leggenda metropolitana. Si narra che a inizio settimana Fabio Cannavaro abbia comunicato a Carletto la sua ferrea volontà di non scendere in campo contro il Napoli. Il professionista impeccabile si lascia persuadere dal ragazzino del Rione Traiano che alberga, sedato, nel suo dna pedatorio.

Troppo grande il dolore di certificare la retrocessione degli azzurri. Ne sarà testimone, ma non artefice diretto. Del resto, l’immagina più iconografica di quel momento immortala la tragedia sportiva di una città intera: Pino Taglialatela in lacrime, esce dal campo abbracciato proprio a Fabio, che cerca inutilmente di confortare l’ex compagno. “Sul momento, non ho compreso appieno la situazione. Ero contentissimo. Giocare da titolare al Tardini, davanti ad amici e parenti. Rendere orgoglioso chi aveva creduto in me, ricevere i complimenti per la buonissima prestazione dal diesse, Fabrizio Larini. Insomma, ho capito veramente cosa provassero in quel momento i calciatori del Napoli solamente un paio di anni dopo…”.    

Squilla il telefono, c’è Juliano dall’altro lato

Poche settimane dopo, il telefono di Mora squilla incessantemente. Dall’altro lato della cornetta, Antonio Juliano. Per cercare di tornare immediatamente su, Corrado Ferlaino ha affidato alla bandiera napoletana l’incarico di costruire ex novo la squadra.

Un lavoro complesso, però. Assai più semplice, probabilmente, farla girare come regista e capitano.

Chiaramente, Totonno non poteva tirarsi indietro. D’altronde, la storia che stiamo raccontando è costellata da passione, amore e riconoscenza. Sullo sfondo del Golfo di Partenope, con i colori azzurri addosso e nel cuore.

Juliano mette in panchina Renzo Ulivieri, che aveva fatto bene in A con il Bologna. E poi assembla una rosa idonea, almeno teoricamente, per competere in ottica promozione ad occhi chiusi. Niente di più sbagliato. “Partiamo da un presupposto. Non me ne voglia nessuno, ma la cadetteria dell’epoca non è quella di adesso. Stiamo parlando di un campionato molto equilibrato. Il Napoli era un buon mix tra giocatori esperti, presi per fare la differenza. E giovani interessanti. Purtroppo, non riuscimmo quasi mai a esprimere appieno tutto il nostro valore. E l’allenatore pagò con l’esonero…”.  

Quella prima esperienza lontano da casa, tuttavia, segna un passaggio fondamentale nel percorso di crescita del giovane Mora, che imperversa sull’esterno con il coraggio di un veterano. “Giocare al San Paolo, con le tribune piene. Essere considerato un idolo in una città che vive quotidianamente il calcio in maniera talmente passionale. Non sentirsi mai abbandonato, con la gente che ti testimonia realmente amore puro. Sensazioni che ho provato quell’anno e nelle successive esperienze con la maglia azzurra addosso…”.

Ormai l’acerbo puledro si avvia a diventare un cavallo di razza. Un fattore determinante in fascia. Tipico terzino sinistro, che non ha bisogno di troppe cose per palesare il suo valore. Gli bastano istinto, corsa e continue sovrapposizioni.

E ovviamente, la fiducia incondizionata dell’allenatore…

Padri putatiti, Maestri e bomber di razza

Nella personalissima graduatoria di Nicola Mora c’è posto per alcune figure che sicuramente non hanno disatteso le sue aspettative.

Innanzitutto gli allenatori. Stravolgendone il modo di interpretare il ruolo di terzino sinistro, gli hanno obiettivamente cambiato la carriera. Aggiungendo al suo repertorio naturale, tempismo, intelligenza tattica e abilità nelle letture. “Ulivieri mi ha imposto in una piazza esigente come Napoli, facendomi giocare da titolare. Novellino, l’anno dopo, mi ha consacrato. Gli devo tantissimo, perché coccolandomi, quando sbagliavo, mi ha fornito gli strumenti fondamentali per aumentare l’autostima. Permettendomi di crescere come calciatore. Sarri l’ho avuto a Grosseto. Dotato di una cultura del lavoro maniacale. Eppure, molto umile. Caparbio, che non badava alla forma ma voleva ci prendessimo le giuste soddisfazioni attraverso il gioco…”.

Mora ha vissuto un paradosso. Vittima di una narrazione che l’ha costantemente ingabbiato nel ruolo di stantuffo a tuttafascia. Ma Nicola è stato ben altro. Un terzino “moderno”, abile nel dare ampiezza alla manovra e assistere con dei prelibati cioccolatini il bomber di turno. Che doveva limitarsi esclusivamente a scartarli. “Novellino mi diceva sempre di essere propositivo, arrivare sul fondo e poi metterla forte e tesa. Per un attaccante, sapere di avere un terzino che svolge un lavoro del genere, fare gol è un po’ più semplice…”.  

Non a caso, quando il Napoli di Novellino vinse il campionato e andò in A, Stefan Schwoch segna 22 reti. Mentre a Piacenza, ancora con Walter in panchina e Nicola ad alternarsi nel ruolo di titolare a sinistra con Vittorio Tosto, Darione Hubner timbra il cartellino la bellezza di 24 volte, laureandosi capocannoniere della A insieme allo juventino Trezeguet.

Senza trascurare i 24 gol realizzati da Pinilla, con il quale il Grosseto di Sarri si arrampica fino alle soglie dei play-off promozione.

Una bella storia d’amore

I lettori dovranno farsene una ragione. Nell’ascoltare Mora raccontare Napoli, città e squadra, si percepisce una piacevole armonia, ricca di un sentimento puro e bellissimo come può essere l’amore.

Una dedizione appassionata che i calciatori provano per determinate piazze. Forse frutto di un legame ancestrale, come quello tra nonno e nipote. “Sembrerà strano per una famiglia tutta parmense. Mio nonno era tifoso del Napoli, una mosca bianca, in una casa come la nostra. Diceva che con costanza e applicazione potevo arrivare. Un giorno anche a giocare con il Napoli. Mentre mio padre voleva semplicemente che mi divertissi con il pallone…

Oppure quell’istintivo affetto che sublima una conoscenza magari occasionale. Tipo l’incontro con Flaminia, in un bar alla moda di Piazza dei Martiri. “Dopo la partita vinta a Pistoia 1-0, quella che ci diede quasi la certezza di salire in A, noi scapoli del gruppo cogliemmo l’occasione per uscire un po’ di più, rispetto al solito. In un bar incontrai Flaminia. Cominciammo a frequentarci, tanto che la invitai alla festa per la promozione. E pensare che avevo fatto i bagagli e preparato il trasloco…”.

Flaminia, moglie devota. Nonché sorella “d’arte”. Nel senso che Federica, la moglie di Emanuele Caliò, l’Arciere Azzurro, è la sorella della “signora Mora”. Insomma, bomber e terzino, connubio perfetto in campo e fuori. Curiosa la modalità che li ha resi cognati. “Ero al Torino e venni convocato con l’Under 21. Per evitare che Flaminia rimanesse sola in una città che non conosceva, le suggerii di farsi raggiungere dalla sorella. A quel punto, chiesi ad Emanuele, con il quale avevo stretto amicizia, di aiutarle in mia assenza, qualora avessero avuto bisogno. E pensare che tra le due, la vera tifosa è Federica…”.

Mora ed i piccoli rimpianti

Un paio di situazioni, anche interessanti, nel bene e nel male, possono trasformare un sentimento nobilissimo come l’amore in piccoli rimpianti pedatori. “Quando fummo promossi con Novellino eravamo convinti che quattro o cinque innesti di categoria avrebbero permesso al Napoli di essere competitivo pure in A. Personalmente, avevo un impegno con Ferlaino per rinnovare il contratto. Ma l’arrivo di Corbelli cambio le carte in tavola. Ci fu un repulisti rispetto alla squadra che aveva vinto la B. Dopo la finale di Avellino, invece, con il Napoli obbligato a fare un altro anno di C, la società optò per scelte diverse nel mio ruolo. Un peccato, perché quel gruppo poi arrivò fino alla A…”.

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