Domenico “Nico” Penzo ha speso tutta la sua carriera nel fare a sportellate con chi tentava inutilmente di fermarlo. Pur non essendo, magari, il miglior attaccante della sua generazione, con costante abnegazione è riuscito ad arrivare a livelli altissimi.

Con il Verona ha scritto una pagina commovente, sfiorando l’impresa di vincere la Coppa Italia. Per non farsi mancare nulla, è entrato di diritto nella leggenda della Juventus, centrando il double: Scudetto e Coppa delle Coppe.

E poi l’onesto gregariato al servizio di Diego Armando Maradona, nel primo anno all’ombra del Vesuvio dell’argentino. “Venire a Napoli mi ha permesso di conoscere il più grande calciatore di tutti i tempi. Il vero Diego si vedeva in allenamento. Era l’occasione dove esprimeva tutto il suo amore per il pallone. Dimostrava un piacere genuino di giocare a calcio…”.

Così, mentre El Diez esprime liberamente sé stesso, Nico canta e porta la croce. Iscrivendosi a pieno titolo nella categoria degli “sgobboni”. Ovvero, quelli che entrano idealmente nel cuore di compagni e tifosi, per impegno e sacrificio. “Oggi i calciatori si credono quasi intoccabili, come se avessero una sorta di immunità dal subire i falli. Invece Diego non s’è mai lamentato per le botte che prendeva. Come se fosse naturale tutto quello che gli accadeva quando lo marcavano. Mai un gesto fuori luogo o una contestazione. Anche con il gruppo. L’ha sempre difeso pubblicamente, nascondendo eventuali errori…”.

Napoli ambizioso, scelta e non ripiego

Nell’estate ’84 Corrado Ferlaino affida a Juliano il compito di completare l’organico, rendendolo appetibile per le aspettative di Diego.

“Totonno” conduce una campagna acquisti aggressiva. Ricostruisce completamente il centrocampo, abbinando alle geometrie di Walter De Vecchi, la cattiveria agonistica di Bagni. “Salvatore rispettava innanzitutto la maglia che indossava. E se era coperta da una pettorina di colore diverso, non aveva remore nei confronti di nessuno. Quindi, anche nelle partitine era ferocemente determinato…”.   

Il Direttore Generale consolida l’attacco, regalando alla tifoseria Daniel Bertoni ed un pezzo da novanta: il centravanti della Juventus, Penzo. “Avevo un contratto biennale con la Juve, ma scelsi Napoli perché, nell’arco della mia intera carriera, ho sempre voluto giocare. Quell’estate si parlava con insistenza dell’arrivo in bianconero di Giordano. In rosa già c’erano Platini, Boniek e Rossi. Non volevo stare a guardare gli altri. Quando mi contattò Juliano, non era certo nemmeno l’arrivo di Diego. Eppure, accettai con entusiasmo…”.

Tra le tante destinazioni possibili, Penzo torna volentieri al Sud. Un luogo ricco di ricordi positivi, legati agli inizi della sua avventura. Quando la capacità di esaltarsi nella lotta, permette al venessiano di Chioggia di trovare i primi gol importanti: 34 tra C e B, con Benevento e Bari.

Quel Natale che cambiò tutto

Le ambizioni del Napoli si scontrano presto con la realtà. Avvio difficoltoso, presumibilmente dovuto pure al tardivo ambientamento di Maradona e ruolino di marcia nel girone di andata letteralmente disastroso.

Morale della favola: gli azzurri rischiano seriamente la retrocessione. “Eravamo un gruppo assai rinnovato. Non riuscivamo a trovare il passo giusto. Le cose svoltarono durante una riunione che si tenne in ritiro, tra Natale e Capodanno. Personalmente, feci presente ai miei compagni che bisognava cominciare a giocare per la squadra e non solo per i voti dei giornali. Insomma, cambiò l’atteggiamento generale. Una maggiore consapevolezza della nostra forza. E poi Diego, da vero leader, si prese il Napoli sulle spalle…”.  

In effetti, la fase discendente del campionato fu una esaltante scalata alla parte sinistra della classifica, fino a sfiorare la qualificazione alla Coppa Uefa. “La mancammo per un solo punto. Nel ritorno, il Napoli espresse per intero il suo valore. Avevamo preso a giocare di squadra e non più singolarmente…”.

Peccato, però, che di quella rincorsa Penzo non fu protagonista. A caccia di un maggior equilibrio tattico, Marchesi preferì alternarlo con Gigi Caffarelli, utilizzato nell’inedito ruolo di centravanti tattico. “Nonostante avessi un triennale, volevo giocare con maggior continuità. A fine anno chiesi di essere ceduto. Non volevo fare la comparsa, ma la società non volle. La stagione successiva arrivò Bruno Giordano e gli spazi per me si chiusero ancora di più. Fu una agonia, calcisticamente parlando. In ogni caso, la mia esperienza a Napoli la reputo comunque positiva, sotto l’aspetto umano. E poi, ho conosciuto Diego!”.     

Segnare e marcare sono arti per pochi

Nel calcio moderno sono trendy i centravanti eleganti e sinuosi. Quelli che si muovono negli ultimi sedici metri con la leggerezza tipica del cigno. Attaccanti esteticamente belli a vedersi. “Ai miei tempi c’erano maggiori difficoltà ad arrivare in A, dovevi fare la gavetta. Adesso esordiscono presto e magari dopo un po’ si perdono. Più che calciatori, sembrano figurine…”.

Poco importa se questi presunti Top Player rifuggono dal contatto fisico con l’avversario diretto. Del resto, marcare è diventata materia per gente aggraziata come fenicotteri. “Attualmente, sono tutti bravi palleggiatori. Mentre una volta, lo stopper ti pizzicava per mantenere continuamente il contatto fisico. Oppure, se ti alzava da terra con una entrataccia, arrivava l’altro difensore a scaraventarti in fallo laterale. Sapevi che poteva succedere. Tornavi a casa con i lividi e te li tenevi, senza andarti a lamentare con nessuno…”.  

Nulla a che vedere, dunque, con il protagonista della nostra storia, che rappresenta il vero archetipo dell’ariete da area di rigore. Impegnato continuamente in duelli rusticani con l’arcigno stopper di turno. “Probabilmente questa evoluzione fa parte del gioco. La zona ha sovvertito i parametri della marcatura a uomo. Vedo tanti andare in doppia cifra, favoriti dal fatto che in area si guarda la palla e non si cura l’avversario diretto…”.

Penzo preferisce dare una chiave di letture diversa al problema, meno tecnica o tattica. Orientata maggiormente all’aspetto motivazionale. “Credo che sia sparita la passione. Quella fiamma che ti spinge a fare un mucchio di sacrifici. I soldi, il contrattone pluriennale garantito, i procuratori: se giochi male in qualche maniera si riesce a monetizzare…”.

Tanti avversari… qualche vero signore

Penzo in carriera di botte, non solo metaforiche, ne ha date e ricevute tantissime. “Silvano Fontolan è stato il difensore più corretto che ho affrontato. Ruud Krol aveva una eleganza infinita. Quelli più cattivi erano Sergio Brio, che marcava con qualsiasi parte del corpo, e Cesare Cattaneo: ti picchiava dalle ginocchia in su. Una volta, con Moreno Ferrario, in un Napoli-Verona, ce ne siamo date talmente tante, che l’arbitro Menicucci non sapeva come fare. Tuttavia, c’era sportività e rispetto. L’anno del mio esordio in A ho affrontato Burnich in un Roma-Napoli. Inavvertitamente gli ho fatto un tunnel. Mi ha buttato in pista. E dopo ha aggiunto che certe cose non si fanno. Ovviamente, mi sono scusato con lui!”.      

Questo lungo viaggio nella memoria non parla soltanto di vittorie e sconfitte. E’ il racconto di chi è stato allenato da Top Coach di assoluto valore. “Trapattoni era un martello. Voleva migliorarsi continuamente. Ha vinto tanto perché non si è mai sentito arrivato. Con Bagnoli ho avuto un rapporto meraviglioso, fuori e dentro il campo. Mi ha fatto sentire importante come uomo e non solamente come calciatore...”.   

Le parole di Penzo trasformano gli attimi in qualcosa di indelebile. Dove i protagonisti vengono percepiti come testimoni di un calcio sparito nelle more del tempo. Alla stregua dei tecnici che ha incontrato a Napoli. Forse troppo presto dimenticati dall’intero ambiente dell’italico pallone.

Eppure Rino Marchesi e Ottavio Bianchi sono icone del romanzo calcistico popolare degli anni ’80. “Venni a Napoli perché fui richiesto espressamente da Marchesi. Pur avendo idee diverse, personalmente ero convinto che potessimo sostenere le due punte più Diego, lui invece era contrario, lo considero un gran signore. Alla penultima giornata eravamo in trasferta a Udine e durante la rifinitura si avvicinò a me e De Vecchi, che giocavamo a basket. Ebbene, ci ringraziò per il comportamento avuto dopo aver perso la titolarità. Non gli avevamo creato problemi, da professionisti seri. Ma lui volle comunque sollevarci da quei mesi di sofferenza personale, parlandoci a cuore aperto. Il successo di Bianchi, invece, penso fosse legato al suo passato di calciatore. Era un mediano, il classico portatore d’acqua, poco considerato rispetto ai giocatori dotati di tecnica sopraffina. Ebbene, questa caratteristica potrebbe essere stata la molla per trasformarlo in un protagonista…”.    

Pochi “tituli”… una caterva di reti

Non tragga in inganno la bacheca di Penzo. Certamente l’adornano pochi trofei. Nondimeno, quelli che l’arricchiscono sono stati conquistati dopo aver stillato fino all’ultima goccia di sudore. Trasformando Nico in un tassello imprescindibile di quelle vittorie.

Con la Juventus ha toccato la vetta in Italia ed Europa. Il 14 settembre 1983 la Juventus inizia la sua strepitosa cavalcata verso la vittoria della Coppa delle Coppe rifilando un “settebello” ai polacchi del Lechia Danzica. Quattro dei sette gol sono proprio di Penzo. “Quella Coppa la considero la ciliegina sulla torta della mia carriera. Si potrebbe vivere bene anche senza, ma per chi aveva fatto solo l’Anglo-Italiano, è stata una bella soddisfazione. Che mi ha ripagato dei tanti sacrifici. E delle numerose infiltrazioni. Praticamente, ho giocato tutto il girone di ritorno con la pubalgia…”.   

In campionato Penzo un po’ gioca titolare, ed un po’ parte dalla panchina, come cambio di lusso, alternandosi con Paolo Rossi. I due stringono una bella amicizia. “Calcisticamente, un generoso. Nient’affatto egoista, come potrebbe far pensare il suo essere attaccante. Aveva un sorriso contagioso, disarmante. Per lui non esisteva alcun problema che non potesse essere affrontato e risolto con il sorriso…”.  

Specialmente la Coppa delle Coppe rappresenta una sorta di risarcimento per quello che era successo a Verona.

La straordinaria cavalcata degli scaligeri nella Coppa Italia 1982/83 si infrange sul più bello. L’atto finale contro la Juventus, in un doppio match dalle emozioni infinite, destinato a trasformarsi in un cocente rammarico. “La vittoria per 2 a 0 all’andata ci stava stretta. Sentivamo che ci era stato tolto qualcosina. Un gol valido, annullato inspiegabilmente. Un palo. Loro ci capirono veramente poco. Peccato che prima del ritorno, i bianconeri disputarono la Finale di Coppa dei Campioni…”.  

Allo stadio Olimpico di Atene, la favoritissima Vecchia Signora si lascia ingabbiare dall’Amburgo di Happel. La sconfitta pare rinvigorire la Juve in vista del ritorno, al Comunale di Torino. Infatti, i bianconeri la ribaltano. “Al ritorno abbiamo trovato una Juve arrabbiatissima ed un bel ambientino. Loro erano fuori dalle competizioni europee, se non avessero vinto la Coppa Italia. Purtroppo segnò subito Paolo Rossi. E Platini completò la rimonta. Il raddoppio a pochi minuti dalla fine del tempo regolamentare e il terzo gol un minuto prima che andassimo ai rigori. Peccato…”.

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