Da dicembre in avanti, ogni qual volta si cerchi di trovare una giustificazione plausibile ai deludenti risultati del Napoli, si corre il rischio di essere ripetitivi. Rimarcare quanto la squadra di Gennaro Gattuso sia incapace di esprimere un gioco almeno accettabile, ormai è diventato quasi stucchevole.

Una lenta ed inesorabile agonia, che ha portato gli azzurri ai margini dell’alta classifica, in campionato. E con un piede e mezzo fuori dall’Europa League. Trascurando la precoce eliminazione dalla Coppa Italia e la sconfitta in Supercoppa, il filotto di risultati è davvero deludente.  

Inconsistenza mentale

Certo, di una rottura prolungata talmente evidente sono tutti responsabili. Non solo l’allenatore. Soprattutto i calciatori stanno affondando, singolarmente e come collettivo. Dimostrando una pochezza tecnico-tattica, associata ad una mancanza totale di solidità mentale, veramente sconsolante.

Del resto, l’inconsistenza a livello psicologico ha determinato buona parte dell’annata partenopea. Nei momenti di difficoltà, infatti, il gruppo s’è sciolto come neve al sole, smarrendo certezze e peculiarità. Facendosi scivolare tra le dita anche quelle gare che sembravano abbondantemente messe in cassaforte.

Potremmo analizzare per ore i motivi della vulnerabilità difensiva. Oppure la pochezza del centrocampo nel produrre calcio. Piuttosto che sottolineare la sterilità della prima linea.

Ovviamente, sarebbe giusto farlo. Ma nonostante la contemporaneità di queste manchevolezze abbiano contribuito a ridimensionare prepotentemente le ambizioni stagionali, l’essenza del problema appare ben più profonda e radicata.

Indubbiamente, il Napoli ha pagato un prezzo salatissimo agli infortuni. Assenze varie ed assortite hanno generato conseguenze nefaste, in termini di punti persi per strada e credibilità smarrita, sull’altare di un allenatore che pretende dai suoi calciatori un gioco tutt’altro che funzionale alle loro caratteristiche.

Costruzione dal basso sinonimo di distruzione

Prendiamo, ad esempio, la tanto decantata costruzione da dietro. Basta un pressing soltanto accennato dalla controparte, che l’efficacia nella risalita della palla dal basso smarrisce raziocinio e precisione.

Non potrebbe essere altrimenti. Poiché non tutti i difensori in organico sono dotati di piedi educati. Anzi, per qualcuno è disagevole qualsiasi giocata che non sia l’elementare trasmissione della palla a breve distanza. Una deficienza strutturale, sulla quale Gattuso ha insistito con colpevole negligenza.

Gli avversari, consapevoli del limite tecnico, “battezzano” i difensori più abili. Costringendo la manovra ad appoggiarsi sui compagni dalla ruvida sensibilità.

Una volta che si marca pure il metodista, deputato a collaborare nella circolazione ordinata in verticale, si isola chi tra gli azzurri fa sostanzialmente piede e piede. Disinnescando agli antipodi la primaria fonte di produzione del gioco partenopeo.

Bradipi e “cammelli”, che assortimento sbagliato

Gattuso ha imposto un sistema che teoricamente avrebbe consentito al Napoli di dominare l’avversario in virtù del possesso palla.

Sostanzialmente, Ringhio ha alimentato l’idea che si potesse comunque gestire il pallone, nonostante il ritmo fosse da dopolavoro calcistico o torneo amatoriale, invitando le squadre avversarie ad alzarsi molto, spingendosi sin dentro la trequarti difensiva degli azzurri.  

Un lavoro preparatorio che facesse da preludio alla ricerca della profondità. Magari avvalendosi della collaborazione in ampiezza dei terzini.

Soprassedendo, tuttavia, sulla imperfetta integrazione tra i membri del centrocampo. Per indole e conformazione fisica, Bakayoko e Fabiàn Ruiz sono dei midfielder cui scarseggia il dinamismo.

Schierarli contemporaneamente in una mediana a due ha comportato notevoli rogne nel momento in cui scalavano o ruotavano tra loro.

Il tempismo è imprescindibile se i due pivote devono coprirsi a vicenda: uno resta a protezione del centro, l’altro esce in pressione sul portatore.

Anche in questa situazione, la lettura degli avversari è orientata a dilatare gli spazi. Così da obbligare il francese di origini ivoriane e lo spagnolo a pagare dazio, andando in sottonumero.

Napoli al bivio: ripresa o ridimensionamento

Lo sconforto all’ombra del Vesuvio, considerando l’agonico periodo che sta attraversando il Napoli, prescindendo dalla sconfitta di Bergamo, è talmente netto da suggerire di accantonare qualsiasi dissapore interno.

Poiché gli equilibri in testa alla classifica appaiono cristallizzati, a svantaggio degli azzurri, sarebbe lecito adattarsi alle nuove esigenze della Serie A.  

Ora un posto tra le cd. Fab Four è un sogno sbiadito. L’obiettivo principale dovrebbe, quindi, essere quello di gestire con attenzione questo momento delicatissimo.

Evitare i colpi di testa. Magari virare sulla necessità di consolidare la posizione in classifica, in linea con i valori momentanei. Evitando di scivolare ulteriormente verso il basso. In attesa di recuperare infortunati e lungodegenti.

Tornando ad essere una squadra credibile. Perlomeno in ottica Europa League…

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