La sconfitta del Napoli in Supercoppa, per com’è maturata, ha contribuito non poco ad attizzare il fuoco sotto la cenere mai sopita della polemica tra gli estimatori di Gennaro Gattuso. Opposti a chi ritiene Ringhio un allenatore inadatto a guidare un programma ambizioso.    

La prima fazione si appella alla forza dei tituli. E allora è innegabile che il tecnico, lo scorso anno, conquistando la Coppa Italia, abbia comunque contribuito a salvare una stagione per certi versi drammatica, rimpinguando l’albo d’oro degli azzurri.

I detrattori, invece, si appellano a ben altri parametri. Preferendo evidenziare la pochezza nella qualità del gioco espresso finora dalla squadra.

Ovviamente, la partita di ieri con la Juventus ha esacerbato la diatriba dogmatica tra due fazioni agli antipodi. Eppure, proprio il match del Mapei Stadium dovrebbe suggerire ai contendenti un maggior approfondimento critico, circa vizi e virtù del Napoli attuale.

Alla continua ricerca dell’equilibrio smarrito

E’ innegabile che nel proporre la sua filosofia di calcio, Gattuso abbia dovuto addivenire ad un compromesso con le caratteristiche degli uomini a sua disposizione.

Abiurando, alla stregua di un eretico da immolare sul rogo, il tradizionale 4-3-3, che sapeva tanto di Estetica Trascendentale e assalto al Palazzo. A favore di un gioco minimalista. A tratti addirittura pavido. Tutt’altro che all’avanguardia.   

Nondimeno, l’idea tattica di Gattuso è semplice. In linea di principio, suddivide il campo in cinque zone, da occupare integralmente nelle due fasi in cui si sviluppa il gioco: le fasce, l’imbuto centrale e gli spazi intermedi (i cd. half-spaces).

In quest’ottica, la scelta di approcciarsi alle partite con questo atteggiamento, nelle sue due varianti (4-2-3-1 con la palla e 4-1-4-1 senza) risponde ad una esigenza precisa. Occupare razionalmente tutti gli spazi.

Ecco spiegato il motivo per cui contro la Juventus gli azzurri abbiano abbassato decisamente il baricentro. Occupare la mediana, proteggendo il centro. Una strategia funzionale a  schermare le linee di passaggio verso Ronaldo. Oltre a mettere in ombra gli altri bianconeri che si buttavano tra le linee.

Se c’è un problema Insigne, non è il rigore

Dietro questa mole elefantiaca di addebiti mossi a squadra e allenatore, il colpevole diventa principalmente uno. I meno accondiscendenti si concentrano sulla catastrofica prestazione di Lorenzo Insigne. Se non avesse sbagliato il rigore, pontificano costoro, il Napoli l’avrebbe pareggiata.

A proposito del capitano. E’ davvero divertente ascoltare le critiche mosse a Lorenzinho.

Specialmente perché la stragrande maggioranza dei suoi detrattori non sarebbe capace di centrare la tazza del water facendo plin plin. Figuriamoci mantenersi freddi e lucidi sul dischetto, in un momento talmente delicato di una finalissima. Senza considerare, che magari l’esecuzione è stata fin troppo buona. Visto e considerato quanto Szczęsny si sia fatto bellamente uccellare dal tiro spiazzante. 

Il problema va analizzato da una diversa angolazione. Strettamente connessa all’atteggiamento pensato dall’allenatore per disinnescare l’urto di avversari sulla carta superiori per blasone e forza d’urto.

Se veramente Gattuso considera Insigne il fulcro del suo progetto, deve smetterla di mortificarne le peculiarità. Un conto è completarne la maturazione strategica, facendolo diventare un esterno capace di determinare in attacco, grazie ad abilità tecniche sopra la media. Senza trascurare, tuttavia, la fase di non possesso.

Ben altro, costringerlo a snaturarsi, in uno sfiancante lavoro oscuro sotto la linea della palla. Che spessissimo lo porta a impegnarsi in lunghissime corse in ripiegamento, per assumere la posizione laterale nel centrocampo.

Insomma, dopo aver cercato invano il successore di Callejón, forse l’orientamento di Rino è quello di trasformare il folletto di Frattamaggiore nel vero erede dello spagnolo. Pur sull’altro lato del campo.

Se così fosse, probabilmente è una pessima idea…

Napoli, però l’occasione era ghiotta assai

Quello che fa effettivamente male, è quello strano mix di rassegnazione, mischiato con il giustificazionismo a spada tratta, che si respira in una parte di tifosi e addetti ai lavori.

Manca equilibrio nella squadra. Ma pure l’ambiente non scherza. Qualcuno si lamenta di Fabiàn Ruiz in cabina di regia. E dopo, con Demme, punta il dito contro la poca qualità in costruzione ed il baricentro troppo basso. Altri criticano Petagna, il classico centravanti posizionale, che garantisce fisicità, pur difettando in lucidità negli ultimi sedici metri. Dimenticando che il calcio profondo e verticale può soddisfarlo soltanto Osimhen.

Malgrado non fosse la migliore Juventus dell’ultimo decennio, sicuramente abbordabile per questo Napoli, ed in palio c’era il primo trofeo stagionale, ardore agonistico e slancio motivazionale hanno difettato un pochino ai partenopei. Non essendo una “coppetta”, la Supercoppa italiana andava certamente onorata con un diverso approccio…

Perché immaginare che l’unico obiettivo da inseguire debba essere il ritorno in Champions League potrebbe diventare un’arma a doppio taglio!

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