Immaginare che il Napoli le avesse potute vincere tutte era obiettivamente un pò pretestuoso. Specialmente alla luce del calendario, che solo un’analista superficiale poteva considerare abbordabile. Difficilissimo, infatti, affrontare chi è obbligato a giocarsi il proprio futuro, sportivo ma pure contrattuale, ogni maledetta domenica, consapevole dell’abissale differenza che potrebbe fare mantenere la categoria, piuttosto che retrocedere.

Ovviamente, gli stimoli sono commisurati alle aspettative. Perchè anche gli azzurri hanno ben chiaro quanto possa cambiare lo scenario futuro qualora centrassero la qualificazione alla Champions.

La domenica dei rammarichi

Il rammarico magari è doppio. Se non addirittura triplo. In primo luogo, per il pareggio del Cagliari, che mette i bastoni tra le ruote alla squadra partenopea, frenandone momentaneamente le ambizioni in chiave quarto posto. Poi, per com’è maturato il gol dei sardi. L’apice di un match con troppe zone d’ombra, tra decisioni arbitrali rivedibili e discutibili scelte individuali. Innegabile che qualche giocatore in maglia albiceleste si sia fatto prendere dall’ansia di prestazione. E la voglia di mettersi la squadra sulle spalle, tentando di alzare letteralmente la partita da solo, forse l’ha un pò tradito.

Da non trascurare, in ultima istanza, il momento storico contingente. Negli ultimi nove anni, nel bene o nel male, l’unico avversario credibile in Italia, capace di tenere (più o meno…) il passo della Juventus, contrastandone l’egemonia interna, è stato solamente il Napoli. Constatare che nella stagione in cui la Vecchia Signora s’è presentata ai nastri di partenza completamente impreparata a difendere il suo titolo, facendo scommesse di mercato e guida tecnica incapaci di renderla veramente competitiva, gli azzurri non siano stati in grado di approfittarne, non facilita la digeribilità dello Scudetto appena vinto dall’Inter

L’errore più grande che si potrebbe commettere adesso è quello di farsi prendere dallo sconforto. Nessuno pensava che potesse essere una passeggiata di salute. Nondimeno, considerare in maniera nefasta la gara con i sardi, cercando a tutti i costi di addebitarne il pareggio ad uno o più colpevoli, sarebbe assai deleterio. Occorre mantenere lucidità ed equilibrio. Soprattutto nell’analisi critica e nelle spiegazioni a caldo.

Sbagliato cercare un colpevole

La fortuna di chi, per mestiere, cerca di raccontare ad altri il calcio, specialmente in un ambiente fortemente passionale, a tratti potenzialmente uterino, come quello napoletano, risiede proprio nei suggerimenti involontari che riceve costantemente attraverso i social. La mancanza di pubblico allo stadio rende l’avvenimento agonistico stranamente asettico, ai limiti del distaccato. Poi, in tempo reale, vieni letteralmente bombardato dai commenti. Ai quali provi a mettere ordine, tentando di dar loro una certa logica.

Procediamo in ordine sparso. Molti, non a torto, ritengono Lorenzo Insigne il peggiore in campo. Trascurando quelli che si lasciano andare alla classica accusa, becera e qualunquista, di etichettarlo con la spregevole qualifica di ‘o cafon’. Sarebbe sin troppo facile tacitare costoro con la medesima moneta, infarcita di demagogia. Ovvero, che il folletto di Frattamaggiore è “cafone” anche quando mette con il culo per terra gli avversari o manda a scuola i portieri, costringendoli a raccogliere la palla in fondo al sacco.

Non può esserci rispetto per il capitano in modo selettivo. Ergo, o è cafone sempre. Pure quando toglie le castagne dal fuoco al Napoli. Oppure non lo è mai!!!

Strumentalizzare le origini di Lorenzinho con l’unico scopo di offenderlo, le volte in cui le sue prestazioni sono oggettivamente sottotono, sta stancando.

Nondimeno, soprassedere su evidenti manchevolezze non sarebbe nemmeno giusto. Oggi ha fatto maluccio. Dopo aver comunque imbucato un succoso cioccolatino per Osimhen. Mettendo subito in discesa la contesa. L’impressione è che, con l’inesorabile scorrere delle lancette, il piano gara predisposto da Semplici abbia prodotto i dividendi preventivati dal tecnico rossoblù. Il compatto 4-1-4-1 del Cagliari ha tolto spazi tra le linee alla manovra partenopea, nonchè disinnescato il tradizionale gioco in coppia sulle fasce. Per antonomasia, filosofia privilegiata da Gattuso.

Eppure, lo sviluppo di un calcio fluido sulla catena di sinistra, con Insigne che stringe e si butta tra le linee, favorendo la sovrapposizione, scegliendo poi, in base a come la controparte si adatta, se puntare la linea, oppure cambiare campo. Favorendo il ribaltamento del fronte, la squadra di Semplici l’ha anestetizzato. Con adeguati scivolamenti e rotazioni a scalare, in virtù del quale manteneva costantemente i reparti stretti e corti. In questo contesto tattico, Insigne s’è smarrito. Incaponendosi a cercare di determinare, isolandosi in situazione di uno contro tutti.

Meret s’è caricato il Napoli sulle spalle

L’altro grande tema fornito dal web è stata la prestazione di Alex Meret. Facciamo subito chiarezza, non è il caso di addebitargli alcunchè sul pareggio di Nandez. Magari, per eccesso di zelo, si potrebbero invece sottolineare altre due cose.

La prima, che l’uruguaiano sbuca alle spalle di Hysaj, piazzato maluccio con il corpo. D’altronde, la postura che sceglie per assorbire la palla calciata lunga non gli permette di vedere l’inserimento alle sue spalle. Il cagliaritano gli scivola, dunque, dietro, tagliandolo fuori. Bastava mettersi sull’altro fianco, e l’albanese avrebbe visto partire il lancio, nonchè controllato la posizione dell’avversario rispetto alla porta. Un piccolo neo, che non imputerei al terzino azzurro. Bensì, al modo di (non…) allenare i difensori in situazione. Una lacuna che il nostro calcio si porta appresso ormai da decenni…

La seconda è l’atteggiamento complessivo assunto negli ultimissimi minuti dal Napoli. Va bene abbassarsi e scegliere la difesa posizionale contro la palla lunga e morbida buttata in the box dagli ospiti. In occasione del pareggio, tuttavia, Mertens (forse…) poteva essere un tantinello più reattivo a posizionarsi sottopalla.

E la linea approcciarsi al traversone dalla trequarti di Asamoah con indole maggiormente aggressiva. Probabilmente avrà influito la volontà di scappare a difesa dell’imbuto difensivo, piuttosto che attaccare la palla, memore dei crampi che un attimo prima avevano colpito Koulibaly.

Ma torniamo a Meret, altrimenti divaghiamo. Oggi sontuoso; ha tenuto la barca in piedi in un paio di occasioni. Veramente miracoloso sulla conclusione ravvicinata di Pavoletti, antefatto al gol del pareggio.

Le qualità tecniche dell’Airone non sono mai state in discussione. A prescindere dal suo personalissimo modo di interpretare il ruolo, schiacciato sulla linea e tendenzialmente poco portato ad accorciare in avanti, una lacuna tattica per una squadra che intende difendere altissima, tra i pali l’ex Udinese e Spal non è secondo a nessuno. Ripeto: a nessuno. Nemmeno al tanto pubblicizzato Gigio Donnarumma.

Non è dominante in area piccola. Magari su palla laterale preferisce ancora tutelare lo spazio piuttosto che “cacciare” il pallone. Tutto vero e giusto. Quello che però nessuno ha il coraggio di rimarcare è che la crescita del giovane portiere non ha scorciatoie. Passa necessariamente per giocare con continuità e fare qualche sonora cazzata. Senza, per questo, perdere la fiducia incondizionata di compagni e allenatore.

Forse non siamo davanti alla medesima situazione che dovette affrontare un altro Napoli, con Dino Zoff. Il dilemma che angustia la società, spingerlo a rinnovare il contratto o cederlo, con il terrore che lontano dal Golfo di Partenope possa esplodere definitivamente, è legittimo.

Ma l’utilizzo a singhiozzo e la fiducia selettiva non serve a nulla. Anzi, probabilmente diventa deleteria…

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