Moreno Ferrario è stato qualcosa d’altro, rispetto ai presunti fenomeni che alimentano lo show business della moderna pedata.

Non esattamente un Top Player. Almeno secondo i parametri attuali. Quelli che attribuiscono con fretta esagerata questo status a chiunque faccia bene una manciata di partite in Serie A.

Nel suo caso, la manciata si traduce in “sole” 396 presenze in 11 stagioni con il Napoli, quarto assoluto nella classifica all time.

I record sono fatti per essere battuti. Sono sempre stato orgoglioso di indossare questa maglia. Pur non essendo uno dei più bravi. Vivere e giocare per la città: ci vuole personalità, un carattere forte. I giocatori trasportano il pubblico, ma è vero pure il contrario. E mentalmente affrontare il San Paolo non è semplice!”.

Dalla provincia all’ombra del Vesuvio

Specialmente per un ragazzino, proiettato all’ombra del Vesuvio poco più che diciottenne, catapultato dal Varese.

Ero abituato a giocare in B davanti a diecimila spettatori al massimo e mi ritrovai direttamente al San Paolo. Mi ricordo che la prima amichevole d’agosto, quella che ci presentava alla città, era contro una squadra brasiliana. Beppe Bruscolotti, in qualità di capitano, poco prima dell’inizio, mi prende in disparte ed in dialetto mi dice: se non fai il lavativo, corri e sudi la maglia, questa gente non ti dirà mai niente!”.

Sulla panchina del Napoli siede il trentaseienne Gianni Di Marzio, che, trascinato dai 28 gol complessivi (16 in campionato e 12 in Coppa Italia) di Beppe Savoldi, ottiene il sesto posto finale, buono per accedere alla Coppa Uefa. Nonché la finale di Coppa Italia. Vince l’Inter: Bini a tre minuti dalla fine segna il definitivo 2-1, dopo che Altobelli aveva pareggiato il vantaggio iniziale di Restelli. “La nostra era una buona squadra, un mix di gioventù ed esperienza. Peccato per il gol nel finale”.   

Un autogol storico  

Impossibile pretendere una spiegazione logica all’autogol con il Perugia. Anche a tanti anni di distanza. “Sono intervenuto per anticipare De Rosa. Tutti si ricordano quel momento. In pochi però sottolineano il fatto che dopo Malizia fece il fenomeno, impedendoci più volte di pareggiare”. 

Eppure, quell’attimo doloroso, diventato tragedia collettiva, una vera e propria cicatrice impressa sulla pelle di un’intera tifoseria, sfugge a qualunque tentativo di elaborazione. “Non ho mai ricevuto tanti attestati di stima dalla gente comune come nella settimana successiva alla partita. Nessuno mi ha detto mai niente. Né fatto pesare la cosa…”.  

La stagione 1980-81 segna la riapertura delle frontiere. Arriva Krol, che Marchesi trasforma in battitore libero, rispetto al sontuoso laterale che era all’Ajax. Il Napoli produce un calcio “moderno”, con Marangon, preso dal Vicenza, a imperversare in fascia. E Musella falso nueve, si direbbe oggi. Un’altra invenzione del tecnico. In mezzo, l’ex Catanzaro Nicolini canta e porta la croce. Mentre là davanti Claudio Pellegrini non si piglia.

Dopo una lunga rincorsa, condita da ben 14 risultati utili consecutivi, gli azzurri vincono a Torino con i granata, e volano in vetta. La domenica dopo, c’è il Perugia, pressochè spacciato. “Marchesi era un ottimo allenatore, che aveva costruito una buonissima squadra. Ma forse se non ci fosse stata Perugia, tutto quello che venne dopo non sarebbe successo. E chissà se battendo quella domenica i grifoni poi avremmo tenuto fino alla fine”.

Difendere è un’arte per pochi

Provare a capire la Serie A degli anni ’80 è un mero dettaglio. Il succo dei ricordi va spremuto e non disperso. “Magari il nostro era un gioco meno tattico, maggiormente fondato sulla responsabilità individuale. Tanti uno contro uno. Per esempio, Liedholm, quando affrontavamo la Roma, faceva puntualmente marcare Krol. Così eravamo costretti a fare gioco io o Bruscolotti…”.

La feroce applicazione come grimaldello per disinnescare qualsiasi avversario. “Oggi il regolamento favorisce gli attaccanti. Sembrano tutti bravi. Ma se approfondisci, ti accorgi che magari il difensore sta a tre metri. Oppure vicino alla porta, pensa più a coprire e meno a marcare. Se lo avessi fatto io, non mi avrebbero fatto giocare mai!”.

Anche il più temuto tra gli attaccanti di quel periodo è dovuto scendere a compromessi con Ferrario. Altro che costruzione dal basso. “Rispetto al calcio attuale, credo che prima i giocatori fossero più pensanti. Gli adattamenti erano immediati, sul campo. Alcune volte ero in difficoltà con il mio avversario diretto. Facevo fatica. A quel punto, senza l’intervento dell’allenatore, era Bruscolotti a suggerirmi di scambiarci le marcature”.

Insomma, mitigare le pretese sotto porta poteva essere una scelta funzionale pure a salvaguardare l’incolumità fisica. “La marcatura individuale ti obbligava a non dare ogni situazione per scontata. Giocare uomo contro uomo costringeva l’attaccante a doverti puntare, per cercare di saltarti. Non era raro che ci scontrassimo fisicamente. E lì, zitto e pedalare”.  

Lo spettro della B scacciato… di rigore

Il crocevia di quello che poteva non concretizzarsi mai è una vera e propria “Sliding Doors”. Un elemento assolutamente imponderabile, che avrebbe potuto cambiare la vita di una città, in modo altrettanto imprevedibile. Sdoppiando il destino di quel Napoli, dipendente dall’aver segnato o sbagliato qualche rigore di troppo. “Non ero sicuramente il più bravo o preciso. Ma Bruscolotti e Vinazzani, i senatori del gruppo, dissero chiaramente a tutti che ero quello che non si emozionava. E quindi, toccava a me…”.    

Prima della Storia, ci sono due anni orribili, in cui lo spettro della retrocessione si profilo all’orizzonte. A sottrarre dall’infausto destino, il piede neanche tanto fatato di Ferrario. E’ la stagione della strana coppia al timone: Pesaola e Rambone. “Inizialmente avevamo un po’ di dubbi. Il primo era uscito un po’ dal giro, fermo da tempo. L’altro aveva allenato solo in B. Arrivarono in un momento di grande difficoltà per la squadra. Ma riuscirono a vincere la diffidenza del gruppo. Pesaola era un fine psicologo, trasmetteva grande tranquillità, Addirittura, prima delle partite, faceva battute scherzose mentre comunicava la formazione. Rambone, un grande: lavoravamo tantissimo con lui sul campo. Fisicamente e su situazioni di gioco. Ci fece capire che per salvarci dovevamo solamente lottare e sudare la maglia!”.

Scusa Ameri, ti interrompo da Torino: Ferrario… gol

Derubato del suo tempo migliore. Ma poi abbondantemente ripagato dalla sorte con un poetico aggettivo: Campione d’Italia!

Può sembrare assurdo, ma il momento cruciale di quella stagione fu l’eliminazione con il Tolosa, in Coppa Uefa, ai rigori.  Bianchi fu bravo a compattare l’ambiente e isolare il gruppo da qualsiasi eventuale polemica. Ci trasmise un messaggio vincente, che non era finita la stagione…”.

A quel punto, manovali e star di assoluta grandezza decisero di trasformare un sogno in leggenda. “Uno dei meriti principali di Bianchi fu quello di non farci pesare moralmente quella sconfitta. Lui era bravo a gestire i momenti di difficoltà, che pure ci sono stati. Ma conosceva bene l’ambiente. C’era già stato da giocatore e sapeva quanto potesse buttarsi giù o esaltarsi. Invece lui professava equilibrio, per fare qualcosa di importante”.

Quel Napoli è stato una mera utopia. Uno spogliatoio ultrademocratico, dove coesistevano anime assai diverse tra loro. Campioni e gregari. Forti e meno forti. Tutti, però, orientati all’unisono verso la conquista di un obiettivo comune. Anzi, dell’Obiettivo… quello con la maiuscola. Un respiro. Quasi un sussurro sommesso. Che nessuno, per scaramanzia o pudore, aveva avuto il coraggio di pronunciare ad alta voce. “Il segreto di quella squadra era l’equilibrio interno. Capimmo che per vincere non era sufficiente limitarsi a fare bene solo in alcune circostanze. Dovevamo mantenere il livello delle prestazioni sempre alto. Del resto, un gruppo forte si fonda sulla tecnica unita alla mentalità…”.

Esistono fotogrammi di quella esaltante cavalcata, culminata con lo Scudetto. Taluni molto più simbolici di altri. Nei quali gli abbracci cristallizzano un momento memorabile. E’ il caso di Juventus-Napoli. “Raramente saltavo sui corner a favore. Ma in quel momento eravamo in difficoltà, sotto di un gol e decisi di andare in area”.

L’appuntamento di Ferrario con il destino, in una domenica che s’era messa paurosamente in salita. Con un gol in mischia rischiara le ombre che si profilavano all’orizzonte. “Mi piace pensare che era tutto scritto. Una sorta di risarcimento per l’autogol con il Perugia…”.  

Impossibile cancellare dieci anni

L’ammutinamento ed i troppi dubbi mai chiariti.

I motivi per cui a pagare furono soltanto loro, i cosiddetti “ribelli di maggio”, diventa superfluo. Specialmente per uno come Ferrario, che fino all’ultimo istante con la maglia azzurra addosso, ha saputo azzerare le distanze, avvicinando oltremodo l’uomo al calciatore. “Non ho rancore. Però mi sarebbe piaciuto salutare la gente, dopo dieci anni e sette mesi, diversamente. Forse in quel momento faceva comodo veicolare il messaggio all’esterno che ci fossero dei capri espiatori per la perdita del secondo Scudetto…”.

Del resto, certe verità restano sommerse. E poi sfumano progressivamente, nel vano tentativo di provare a capire scelte sostanzialmente incomprensibili. “I tifosi mi hanno sempre rispettato. Mai fischiato, sapevano quello che potevo dare e mi apprezzavano per questo. Ecco perché avrei voluto lasciare Napoli diversamente. Pensavo che il presidente Ferlaino mi conoscesse bene, come uomo prima ancora che come calciatore. Mi aveva preso dal Varese poco più che diciottenne. Bastava che mi convocasse, per dirmi che la società era orientata a fare scelte di mercato diverse”.

Quanta amarezza l’azzurro Italia

Ferrario e la Nazionale. Un rapporto mai decollato veramente. Una mancanza di considerazione resa ancora più inspiegabile dai silenzi del Commissario Tecnico. Un comportamento frustrante, che ha amplificato il senso di impotenza. “Non mi sono mai lamentato, pensando che prima di me lo meritasse Bruscolotti. Se non si lamenta lui, dicevo, come posso farlo io. E poi, in quel periodo, per andare in Nazionale dovevi essere davvero fuori categoria…”.

Una palese invisibilità agli occhi di Bearzot, spenta sul nascere, dopo le iniziali esperienze giovanili. Un biennio con l’Under 21 da assoluto protagonista. E una qualificazione alle Olimpiadi di Mosca ’80 sfumata per un soffio, da titolarissimo al fianco di Franco Baresi, con Fulvio Collovati a guardarlo dalla panchina. “Non voglio dire che ci fossero dei pregiudizi nei confronti dei calciatori del Napoli. Probabilmente, in quel momento veniva convocato chi giocava in realtà abituate a vincere. Ma vi assicuro che alcuni dei miei compagni di squadra non erano da meno. E non mi riferisco soltanto a Juliano”.  

Maradona: ma che ne sa chi non conosce Diego

Il rapporto con Diego Armando Maradona. Un fuoriclasse che sapeva fare squadra, con il suo entusiasmo contagioso. Sempre sorridente con tutti. Impossibile non entrare in sintonia con lui. Incapace di far pesare ai compagni di squadra l’aurea di grandezza di cui era ammantato. “Il giocatore lo conoscono tutti. Ma sul piano umano non s’è mai comportato da fenomeno. Né con i suoi compagni. Me neppure con gli avversari. Avrebbe potuto lamentarsi delle botte continue che prendeva. E invece non l’ha mai fatto…”.

Parlarne al passato appare ancora dolorosamente impossibile. “Per me è come se fosse ancora vivo. Non avevamo l’abitudine di sentirci. Eppure, dopo tanti anni, un amico comune mi fa una sorpresa e, senza dirmi nulla, me lo passa al telefono. Diego mi invitava a partecipare ad un camp. Là potevi vedere quello che era veramente. Con la barba oppure con la pancia, si divertiva come un bambino, a giocare assieme ai ragazzini…”.

Questa sua innata voglia di correre dietro ad un pallone resterà per sempre impressa nel cuore di chi ne ha vissuto la quotidianità come persona, al di là della grandezza calcistica. “A giudicarlo frettolosamente solo quelli che non lo conoscevano. Si è fatto male da solo. Ma non era affatto uno stupido. Anzi, ha sempre aiutato chi gli stava vicino. Forse ha pagato questa sua voglia. In ogni caso, si chiama vita privata proprio perché non c’entra con il personaggio pubblico”.

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