Da calciatore, Massimo Rastelli ha impersonificato il classico spirito libero. Un offensive player assai talentuoso, abile nei fondamentali e nel saltare l’uomo. Merce rarissima, oggigiorno, nonostante rientri tra le manifestazioni per eccellenza dell’arte pedatoria. Tutt’altro che futili o superflue.

Magari parzialmente sacrificabili sull’altare della gestione, nel momento in cui, appesi gli scarpini al fatidico chiodo, ha scelto di accomodarsi in panchina. Rivendicando la centralità dei calciatori nell’organizzazione di squadra. “L’allenatore deve mettere tutti al centro del progetto. Essere coerente e credibile. Stimolare al contempo gli aspetti tecnico-tattici e quelli mentali. Mi considero un attento osservatore della mente umana. Nel mio lavoro cerco di suscitare empatia nel gruppo, fornendo le giuste motivazioni a ciascun giocatore. Soprattutto quelli che giocano poco. Che inconsciamente potrebbero essere portati a dare qualcosina in meno…”.  

Quella promozione solo sfiorata con il Napoli

La sua spasmodica ricerca dell’uno contro, quel costante tentativo di lottare prima di tutto contro il diretto marcatore, richiama alla memoria dei napoletani un’epoca lontana. Segnata, purtroppo, da eventi nefasti. “Napoli rappresenta una grande ferita professionale. Da Piacenza non sarei mai andato via, ma l’opportunità di giocare al San Paolo, seppur in B, l’accolsi con grandissimo entusiasmo. Una sorta di ritorno alle origini, dopo un lungo viaggio. Sono cresciuto a Scafati, mia moglie è di Pompei. Proprio qualche giorno prima di firmare, ero in un negozio di articoli sportivi, guardando una maglia del Napoli. Pensavo a quanto potesse essere entusiasmante indossarla…”.  

L’azzurro ha dominato una sola stagione, percorsa da brividi intensi, la carriera di Rastelli. In effetti, quella 2001-02 fu caratterizzata da infiniti problemi: la definitiva uscita di scena di Corrado Ferlaino, dopo un maldestro tentativo di cogestione con Giorgio Corbelli, segna il punto più basso della vita societaria. Dopo la retrocessione, lo spogliatoio non era sereno. Alcuni tra i giocatori che erano rimasti, probabilmente anche a causa dei contratti pluriennali, erano scontenti…”.    

A rendere la situazione maggiormente gravosa, il nubifragio che investì la città agli inizi di settembre. L’ondata di maltempo devastò parte del San Paolo, obbligando all’esilio per cinque mesi la squadra allenata da Gigi De Canio. “Assieme al mister e con l’aiuto di qualche compagno, tipo Raffaele Ametrano, abbiamo lavorato con grande passione, provando a ricostruire il gruppo. Cercando di ricreare quel senso di appartenenza smarrito. Una unità di intenti. Alcuni si eliminarono da soli. Altri, invece, sposarono appieno la causa, nonostante ci fossero tante difficoltà…”.

Maledetta Reggina, nemesi e rammarico

Nulla potè Salvatore Naldi, che nel frattempo aveva rilevato le quote da Mister Telemarket, per risollevare l’esposizione debitoria. E chissà quale futuro alternativo all’inesorabile fallimento poteva concretizzarsi, qualora la promozione non fosse sfumata sul più bello, dopo un lunghissimo inseguimento. “Chi stava avanti a noi non sbagliava un colpo: Como, Modena, Empoli, e Reggina partirono subito forte, mentre noi facemmo tre sconfitte nelle prime sei partite. Che inevitabilmente ci attardarono in classifica. Però fummo bravi a rosicchiare qualcosina al gruppo di testa poco alla volta…”.

Tra dicembre e gennaio gli azzurri inanellano un filotto di ben cinque vittorie consecutive. Fino a recuperare 9 punti ai calabresi di Franco Colomba, distanti in classifica solo due punti il giorno dello scontro diretto. Il 5 Maggio 2002 al San Paolo, fu decisivo, in negativo, il pareggio. L’1-1, oltre a spegnere le residue speranze della squadra partenopea, incapace di scardinare la strenua difesa organizzata dai reggini, mandò Rastelli sul banco degli imputati.

Reo, secondo i soliti Soloni della critica, di qualche errore di troppo sotto porta. “Fu un momento difficile della mia vita professionale, una ferita che mi portai appresso per mesi, perché non meritavo di essere etichettato come il colpevole della mancata promozione. Non ho mai voluto rivedere quella partita. Però mi ricordo tutto. Delle tre azioni che mi videro coinvolto, mi rammarico soprattutto per quella dopo pochi minuti: ero posizionato sul vertice dell’aria piccola e calciai talmente bene, che la palla si alzò sopra la traversa. Nell’altra occasione, fu bravo Belardi a rubarmi il pallone, dopo uno stop a seguire. Mentre nel secondo tempo ero molto defilato rispetto alla porta…”.  

Insomma, alcune volte il calcio conduce al limite il senso del destino, esasperandone le contraddizioni. “Facendo un bilancio della mia esperienza a Napoli, direi che quello che ho pagato dal punto di vista sportivo, l’ho ricevuto sul piano emozionale. Provata nell’indossare quella maglia. Se penso, ad esempio, al derby con la Salernitana, dopo l’esilio forzato, con la folla oceanica che ci accolse fuori lo stadio e dopo sulle tribune…”.

Catanzaro, con i “califfi”

Rastelli ha avuto in dono una sorte bizzarra. Ha messo piede nel calcio dei grandi a Catanzaro, nel 1988-89. Incontrando subito sulla sua strada alcuni “califfi” dell’italico pallone. Figure di spicco, carismatiche e prestigiose. Che lo mettono subito al riparo dalle dinamiche tipiche di chi è chiamato a mantenere le promesse di precocità fatte intravedere a Solofra. “Mi segnalò alla società Gianni Improta, che mi aveva visto al Torneo delle Speranze di Assisi, destinato alle rappresentative dei vari gironi di Interregionale…”.  

In Calabria c’è un progetto solido. Con Tarcisio Burgnich in panchina. Ma i risultati stentano a venire e come da tradizione radicata, paga l’allenatore. Al posto della Roccia, arriva Gianni Di Marzio. “L’anno precedente il Catanzaro non era salito in A per un punto e c’erano grandi aspettative…”.

L’obiettivo di mantenere la categoria, per una squadra dalla discreta intelaiatura, composta da elementi di grande esperienza per la B come il portiere Giacomo Zunico, Gigi Corino al centro della difesa e Gaetano Fontana in regia, non appare comunque pretenzioso.

Anzi, diventa possibile, in virtù di un attacco di spessore, capitanato da Stefano Rebonato. Cui fa da spalla Massimo Palanca. “Grande professionista, un esempio. Sempre prodigo di giusti consigli verso i più giovani…”.  

Gemelli diversi in Garfagnana

Certe punte rifiutano le etichette, perché vogliono fortemente sottrarsi alla romanzesca dimensione di chi, al contrario, appare intenzionato a declassarli a semplici bomber di categoria.

Succede, per esempio, quando Massimo Rastelli si incontra alla Lucchese con Roberto Paci: letteralmente un cannibale, negli ultimi sedici metri. Non a caso, grazie ai 105 gol con la maglia della Lucchese, detiene un record significativo. Lui ed Andrea Caracciolo del Brescia sono gli unici ad avere realizzato più di 100 reti in cadetteria con un’unica maglia. Si agitava golosamente nei pressi dell’area di rigore, senza tuttavia oscurare i lampi nello stretto e la corsa leggera, quasi danzante, di Rastelli.

Per ben sette anni, quella squadra, si fondò sulla forza devastante di una coppia d’attacco perfettamente assortita. Facendo leva sui gemelli del gol. Nonché, con un dirompente valore aggiunto in panca. Tanti allenatori, uno diverso dall’altro. “E’ come se in quel periodo avessi attraversato due epoche, assorbendo come una spugna i meccanismi della zona e della marcatura a uomo. Orrico era avanti di vent’anni. Con lui facevamo un calcio avveniristico, molto simile a quello praticato attualmente. Lippi un maestro nel creare il gruppo e mantenerlo coeso. Guai, invece, a parlare di zona con Fascetti, che preferiva sviluppare i principi concettuali, senza dare enfasi a esercitazioni che riproducessero specifiche situazioni di gioco…”.   

Nonostante tutto, i rossoblù, perseguitati dalla sfortuna, non riuscirono a spezzare il sortilegio che aleggiava in Garfagnana. In due occasioni, infatti, la Lucchese si predispose al salto di categoria. “Un ambiente che ti faceva stare benissimo, senza pressioni, ma che alla fine ci ha visto arrivare un po’ corti con il braccino…”.

Macerandosi attorno alle inspiegabili circostanze che impedirono la realizzazione di un sogno. Da quelle parti si interrogano sulle promozioni soltanto sfiorate nelle stagioni 1990-91 e 1995-96. “In entrambe le circostanze l’abbiamo mancata per un pizzico. C’erano squadre meglio attrezzate di noi, ma se avessimo creduto fino in fondo alla A, potevamo riuscirci. Nelle volate finali siamo stati meno incisivi del solito…”.    

Il sapore inebriante della Serie A

Piacenza, connessione emozionale tra ambiente e spogliatoio: mai esperienza fu più dolce. L’etichetta di miracolati si sovrappone alla spregiudicata tempesta emotiva che generano due insperate salvezze consecutive in A. Una retrocessione, seguita dall’immediata risalita. “E’ un calcio che non tornerà mai più. Oggi sarebbe impensabile pensare di ripetere lo stesso miracolo e costruire una squadra composta da tutti italiani. Ma poi che calciatori: Simone Inzaghi, Stroppa, Vierchowod per citarne soltanto alcuni…”.

Quel Piacenza aveva costruito un calcio spiazzante, senza l’ambizione di saziare i palati più raffinati. Dimostrando, invece, quanta strada si potesse ancora fare per conquistare gli occhi e la passione di chi guarda, rivisitando i principi della scuola italiana. “La dimostrazione che spendendo bene ed il giusto, con idee e programmazione, si possono ottenere i risultati…”. 

Le vittorie in Lega Pro

In questi giorni, Rastelli guarda agli Europei, consapevole delle proprie ambizioni. Ovvero, confermarsi modello vincente, mentre riprogetta il suo futuro in panchina.

Avventure da allenatore mai banali. Spesso estreme. Lasciando tracce indelebili, in grado di scuotere la Lega Pro, attraverso mille sfumature. Che trasformano Juve Stabia e Avellino in gruppi ferocemente dominanti. Come ricorda chi ha avuto sotto gli occhi le Vespe nel 2010, condotte dalla Seconda alla Prima Divisione, al debutto assoluto in panca. “Ero stato a Castellammare l’ultimo anno da calciatore e mi ero rotto i legamenti. A quella età, con un infortunio del genere, capisci che devi pensare al dopo. Così, a febbraio feci il corso allenatori. All’epoca la società era retta da una coppia di presidenti, Giglio e Manniello, che avevano grande fiducia nel sottoscritto. Insomma, il passo dal campo alla panchina fu veloce…”.

E dopo, i Lupi irpini, portati in Serie B. Senza trascurare il biennio successivo: play-off mancati con la sconfitta di Padova, all’ultima giornata della regular season. E semifinale promozione sfumata l’anno dopo. “Rammarico per il primo anno, con 37 punti nel girone di andata. Avevamo lo stesso gruppo salito dalla C, con l’aggiunta di Peccarisi e Schiavon, che erano gli unici ad avere un pò di esperienza della cadetteria. Il secondo anno fu incredibile. Non era affatto facile rimanere costantemente tra le prime otto. Facemmo un mezzo miracolo nei play-off a Spezia, vincendo 2 a 1 e giocando in 10 per buona parte della gara. Nella semifinale di andata con il Bologna li prendemmo praticamente a pallate a casa nostra. Ed al ritorno Castaldo centrò la traversa al 95’, altrimenti saremmo passati noi…”.    

Cagliari e Barella

Cagliari è stata una sorprendente capriola del destino. Questione di stile o signorilità istintiva, Rastelli impiega poco a sopportare chi lo snobba. Sbranando la Serie B a suon di risultati. Fino a creare il contesto ideale per centrare la promozione. Non contento, l’anno dopo allontana un certo tipo di scetticismo, mandando un messaggio nemmeno tanto velato. Resto in Sardegna, al netto di una critica prevenuta, e ottengo la salvezza. “Il ruolo dell’allenatore è difficile, specialmente per quello che accade attorno alla squadra. Personalmente, ho sempre cercato di fare il mio lavoro nel miglior modo possibile. Tuttavia, c’era sempre un però, da parte di chi magari aveva interesse a voler sminuire il mio lavoro. Ma ho la coscienza pulita. Del resto, restammo in A, ottenemmo l’undicesimo posto, con prestazioni di qualità, anche contro le grandi…”.  

Con questi presupposti, a Rastelli purtroppo non viene data l’opportunità di portare a termine il suo ciclo. “Sono stato a Cagliari 28 mesi ed avrei potuto completare il triennio, perché la società mi aveva chiesto una salvezza tranquilla, da conquistare anche all’ultima giornata. E quando mi hanno sollevato dall’incarico, dopo 8 giornate, eravamo due punti sopra la zona retrocessione. Ecco, l’unico rammarico, forse, è proprio quello che il lavoro svolto fino a quel momento non fu valorizzato abbastanza. Anzi, qualche volta addirittura sminuito…”.  

Nondimeno, non solo crea le condizioni funzionali a sviluppare un calcio proattivo e associativo, implementando un sistema in grado di massimizzare l’impatto della rosa a sua disposizione. Ma favorisce pure l’esplosione di Nicolò Barella.

All’epoca, semplicemente un giovanotto di belle speranze. Eppure talmente prospettico, da profetizzargli un futuro importante. “Per un allenatore non c’è cosa più bella che contribuire alla crescita non solo tecnico-tattica, ma pure come individuo, di un giovane calciatore. Si vedeva che aveva qualcosa in più rispetto ai pari età. Nonostante fosse nella fase iniziale della carriera, e venisse considerato un po’ da tutto l’ambiente un gioiellino, da parte sua ci ha messo grandi motivazioni…”.    

Rastelli, che lo tiene quotidianamente sotto gli occhi nei suoi due anni in A, addirittura si espone, definendolo “Dunga con i piedi di Rui Costa…”. E getta le basi per trasformarlo in quel giocatore che attualmente rappresenta al meglio la nuova generazione dell’italico pallone.

Ovvero, un tuttocampista capace di trovare il giusto compromesso tra quantità e qualità. Forte fisicamente, non catalogabile tra i muscolari in senso stretto. Una mezz’ala dinamica, dalla spiccata facilità di corsa, che gli permette di agire velocemente in transizione, inserendosi negli spazi. Oppure razionalizzare le scelte a difesa schierata, consolidando il possesso. “Bisogna ringraziare anche il suo agente, Alessandro Beltrami, che mi ha aiutato. Da persona intelligente, invece di proteggerlo oltremodo, ha condiviso con me un certo tipo di gestione. Favorendone la maturazione dal punto di vista dell’atteggiamento. Uno step successivo che poi porta a raggiungere determinati traguardi…”.     

Sorridere in faccia ai luoghi comuni

Come allenatore, la caparbietà di Rastelli l’ha portato a compiere una doverosa trafila. Spazzando gli scetticismi a suon di risultati. Un percorso, però, nient’affatto obbligatorio per un mucchio di colleghi. “Ad alcuni viene affibbiata una etichetta positiva, quella del bel gioco, per esempio, e così trovano sempre squadra. Altri, al contrario, pur producendo risultati in serie, oltre a valorizzare giovani talenti, fanno fatica. La mia storia è emblematica. Ho ricominciato dalla B. Dopo Cagliari, sono stato otto mesi fermo e poi non ho ricevuto nessuna telefonata. Magari le società si fanno una certa opinione. Oppure i diesse non sanno come alleni, che tipo di metodologia utilizzi…”.   

Sia ben inteso, quello di Massimo non appare uno sfogo accidioso, di chi si sente ingiustamente penalizzato. Bensì, la voglia di tornare a rendere la meritocrazia elemento fondante di qualsivoglia scelta. Con l’occhio dell’allenatore posto al centro del villaggio. “Spesso sulla bocca di tutti ci finisce chi viene considerato fautore del bel gioco. Ma ciò significa che altri preferiscono praticare un gioco brutto? Se il possesso, ad esempio, non è finalizzato ad andare in verticale, ma esclusivamente fine a sé stesso, è comunque un bel gioco?”.

Domande prive di risposta per chi considera l’immagine nulla, rispetto al responso generato direttamente dal lavoro sul campo…

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