Quando ancora giocava, Paolo Maldini era un vero Top Player. Elegante ed essenziale, fuori e dentro il campo. Tutta sostanza e pochissimi fronzoli. Nulla da condividere quindi con i “fenomeni” contemporanei della pedata.

Pochi eguali quello che ha fatto con la maglia del Milan. Perchè, al di là dei grandiosi successi sportivi, una volta passato dietro la scrivania, in qualità di responsabile dell’area tecnica dei rossoneri, è stato capace di mantenere le stesse prerogative. Contribuendo, in soli tre anni di gestione silenziosa, a creare una forte identità. Funzionale poi a costruire la squadra che ha vinto lo Scudetto.

Metterci sempre la faccia

Per comprendere appieno lo sfogo di Maldini, però, bisogna partire da lontano. Quando il 22 dicembre di tre anni fa l’Atalanta umilio letteralmente il Milan, ferendone a morte l’orgoglio con cinque frecce, la Elliott annunciò di voler totalmente rivoluzionare la squadra.

La strategia era quella di sostituire Stefano Pioli con Ralf Rangnick, l’uomo che ha trasformato il progetto scouting ideato dalla Red Bull in una delle principali realtà calcistiche europee.

Lavorando dietro le quinte assieme a Frederic Massara, senza voler mai rubare la scena ai calciatori, al contrario, responsabilizzandoli oltremodo, Maldini convinse la holding proprietaria delle quote di maggioranza della bontà delle sue idee. Al netto di debiti e limitazioni Uefa.

Su “La Gazzetta dello Sport” di oggi, dunque, Maldini ha rilasciato una lunghissima intervista, dalla quale appare evidente come abbia già abbondantemente accantonato la sbornia post festeggiamenti, proiettando tutte le energie sul futuro che verrà.

Io non sono la persona giusta per fare un progetto che non ha un’idea vincente...”.

Una presa di posizione netta, assunta da parte di chi, mettendoci costantemente la faccia, intende essere il garante di ogni tifoso milanista.

Programmare, non ridimensionare

Il motivo è presto detto. Maldini, profondo conoscitore delle dinamiche che albergano in un club di primissimo livello, è consapevole di una dato inequivocabile. Senza investimenti, oppure riducendoli all’essenziale, nonchè con un monte-ingaggi ridimensionato rispetto ai principali competitors, non c’è alcuna garanzia che si possa ripetere l’impresa.

Anzi, il pericolo reale è proprio quello di trasformare il 19° scudetto rossonero, atteso 11 anni, in un episodio occasionale. Magari irripetibile a breve termine.

Con visione strategica di alto livello, il Milan potrebbe competere con le più grandi. Se si sceglie una visione di mantenimento, il rischio è quello di rimanere nel limbo...”.

Sostanzialmente, il concetto che ha ispirato le parole della bandiera milanista sembra abbastanza chiaro: il rischio concreto è quello di fossilizzarsi sulla posizione raggiunta, limitandosi esclusivamente a godere per la qualificazione in Champions League. Altro che aprire un ciclo vincente e duraturo.

Maldini fa gli interessi del club

In definitiva, il dirigente s’è esposto con l’ambiente rossonero, nell’ottica di creare aggregazione, piuttosto che rivelarsi fortemente divisivo. Tra le altre cose, in una fase delicatissima della vita rossonera. Alle prese con l’imminente cessione della società al fondo americano Red Bird Capital. 

Così, in un battito di ciglia, magari senza nemmeno godersi appieno i frutti del proprio lavoro, Maldini fa la voce grossa. Mettendo comunque il bene del Diavolo davanti ai suoi interessi personalissimi.

Tre big ci permetterebbero di aprire un ciclo. Ma in questo momento non abbiamo disponibilità economica per questo salto di qualità…“. 

Quanta differenza tra un Campione al timone ed i classici “figli di papà”, competenti in materia di food & beverage, enogastronomia a chilometri zero, formaggi dop e poco altro…

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