Per arrivare a vincere questa sera con la Juventus, Luciano Spalletti ha dovuto accettare alcuni compromessi con i suoi principi di gioco. Nel senso che ha dovuto digerire l’aspra lezione mutuata dal primo tempo. Il Napoli era prigioniero della sua stessa dimensione monotematica. Quell’equivoco deprimente in cui qualche volta finiscono le squadre che tendenzialmente voglio produrre calcio, piuttosto che speculare.

Ovvero, intestardirsi in uno sterile possesso palla in orizzontale, pigro e senza alcuna intensità.

Frutto, ovviamente, dello sviluppo inaspettato che aveva preso il match dopo pochi minuti. A tradire, calcisticamente parlando, l’allenatore di Certaldo, non è stato tanto l’errore madornale con cui Manōlas ha concesso via libera a Morata di involarsi indisturbato verso la porta di Ospina.

Bensì, l’evidente difficoltà con cui la squadra, una volta andata in svantaggio, ha faticato mentalmente a reinterpretare il piano gara di Max Allegri. Un maestro, quando si tratta di compattarsi sotto la linea della palla e chiudere ermeticamente tutti gli spazi: tanto in ampiezza, quanto in profondità.  

Corsi e ricorsi storici

Sembra quasi che nel primo tempo si sia riavvolto il nastro della Storia. Tornando indietro nel tempo, alla classica diatriba tra il pragmatico del risultato, contrapposto al profeta del calcio propositivo ad ogni costo.

La circolarità del pensiero tattico, dunque, si realizza ancora una volta nelle diverse sfaccettature tra due culture calcistiche agli antipodi. Eppure Spalletti, con i cambi nella ripresa, ha dimostrato che non c’è un modo univoco di dominare l’avversario attraverso il possesso.

In effetti, il Napoli ammirato in questo inizio di campionato ha palesato diversità di fondo importanti. Finora, del resto, gli azzurri hanno inanellato tre vittorie consecutive, ciascuna diversa dall’altra.

Un’evidente ammissione di camaleontismo da parte del tecnico toscano. Basta fare un esempio semplice: analizzare i tre punti conquistati stasera senza trascurando quanto l’inserimento di Ounas tra le linee abbia letteralmente spaccato in due la solidità della Juve, sino a quel momento talmente stretta e corta tra i reparti, da costringere i padroni di casa a tentare di produrre gioco soltanto in fascia.

Ma i cambi vanno approfonditi e contestualizzati. Così, l’algerino, classico giocatore di rottura, che entra dalla panchina e crea scompiglio, coerentemente con il ruolo che gli è stato disegnato addosso, ha contribuito a dilatare gli spazi tra le linee bianconere.

Nondimeno, sarebbe riduttivo limitare a questo adattamento la vittoria contro la Vecchia Signora.  

Palleggio e verticalità, la ricetta di Spalletti

Perchè a fare veramente la differenza, nei secondi quarantacinque minuti, ha provveduto un diverso sistema di gioco.

Insomma, il Napoli l’ha ribaltata facendo un calcio diverso. Non più la ricerca ossessiva del dominio, che si esalta nella tecnica di base attraverso la quale si sviluppa un possesso altamente qualitativo.

Al contrario, un misto tra il gioco posizionale e la ricerca della verticalità. E’ innegabile che la squadra partenopea cerchi di creare quegli spazi ideali, capaci di gratificare la peculiarità di Osimhen: attaccare la profondità.

Ma nel momento in cui la Juventus ha disinnescato tale giocata, togliendo per larghi tratti della contesa il nigeriano dalla centralità della manovra, allora i padroni di casa hanno dovuto necessariamente mutare approccio all’incontro.

A quel punto Spalletti ha provato a invertire il trend. In quest’ottica, è innegabile che il titolare della panchina azzurra avesse bisogno di una risorsa come Anguissa per imporre la sua filosofia pedatoria anche all’ombra del Vesuvio.  

Nessuno nel Napoli come Anguissa

Al momento, nessuno dei centrocampisti del Napoli sembra capace di offrire la moltitudine di soluzioni che può garantire il camerunese. Un giocatore completo, buono per tutte le altezze del campo.

Ovviamente, non è solo una questione di fisicità. Ma di adattamento alle diverse posizioni che gli vengono chieste di occupare. Nessuno, in rosa, ha caratteristiche simili alle sue.

Pure questa sera Fabiàn Ruiz ha dimostrato quanto sia bravo in fase offensiva. Tuttavia, quando riceve palla nella sua trequarti, davanti alla difesa, con il compito di produrre calcio in maniera ragionata, crea più danni che vantaggi.

Elmas, invece, è instancabile nel pressing. Nonchè ottimo incursore nelle corse in profondità. Però desta sempre l’impressione che ogni qual volta si alzi il livello della contesa, emergano dei limiti. Chiaramente, non tecnici, ma sul piano della personalità.

Se il buongiorno si vede dal mattino, allora Anguissa ha destato una certa impressione positiva. Pur senza essere il tipo di mediano che si piazza basso, davanti alla difesa, si fa scaricare il pallone e l’amministra in completa sicurezza, favorendone la risalita da dietro con uno o due tocchi, è talmente associativo da sposarsi bene con tutti gli altri compagni di reparto.

Sicuramente aggiungerà delle novità alla mediana degli azzurri, contribuendo allo sviluppo della manovra, nelle due fasi in cui si articola il gioco, in modo totalmente differente…

Banner 300×250 – Messere – Laterale 2