Giovanni Galeone è stato un modello per tanti. Per alcuni, come Allegri, un vero maestro. Galeone, ci sono i tecnici da lavagna e quelli da pallone. Vi riportiamo integralmente, la bella intervista rilasciata al quotidiano partenopeo, Il Mattino, pubblicata nella edizione odierna, ed ha parlato del Napoli, di Spalletti, di Allegri e della Serie A...

«È un Napoli modernissimo, avrà anche in panchina un allenatore sessantenne ma ce ne fossero di giovani con la creatività e la voglia di mettersi in discussione di Luciano Spalletti. Uno che continua ancora a carpire e a modellare e non si è ancora stancato di farlo».

Spalletti che tipo è? «Ricordo le lezioni di Sacchi e la sua storiella dello spartito. È vero, ha ragione, è importante, ma poi mica puoimettere a suonare uno che fa il pianobar e pensare di strappare un’ovazione. Se hai un pianista nella tua orchestra come Pollini o Rahmanovic cambia tutto. E mi pare che il Napoli ne abbia di simili e sono Kvaratskhelia e Osimhen. Ecco il successo di Luciano è legato al fatto che lui non si èmai affezionato a un sistema di gioco e che insiste per esaltare le qualità individuali: è uno che ha fatto una gavetta lunghissima, doveva pure prendere il mio posto a Pescara e in base a quello che ha lui si adatta»

. Così ha costruito questo primo posto? «Ci sono stati anni di calciatori costruiti in batteria, lui mette la tecnica al centro del suo progetto. Gli piace e fa bene. L’essenza del calcio è nel non avere chissà quali dogmi e l’evoluzione deve avvenire partita dopo partita, in base a quello che ogni calciatore sa fare. Proprio come sta facendo questo Napoli»

. E la Juve del suo allievo prediletto? «È messa malissimo, pure più dell’Inter dove Inzaghi con quei cambi a Udine ha mandato segnali devastanti.Ma Max non devemuoversi da lì: gli allenatori sono lì per risolverli i problemi, non mi pare che sia lui il problema. Ho sentito Arrivabene, dice che il progetto è di 4 anni… bel progetto: è così lungo e si mandano via tutti i più giovani per prendere calciatori trentenni?».

 Come ne esce Allegri? «Non so se ne esce. Lo scudetto è una chimera: arrivi quarto a una decina di punti di distanza dal Milan, come pensi di colmare le distanze con una sola sessione di mercato?».

 Il Napoli, però, è arrivato terzo… può farcela? «Diverso. L’anno scorso ha duellato a perdifiato e senza la Coppa d’Africa, io non so come sarebbe andata a finire. Ci è mancato davvero poco perché non vincesse il titolo: ha una base solida, un gruppo con una mentalità importante e ha indovinato il mercato. C’è Kim è mi pare un vero portento. E poi ha Spalletti che ha già capito ogni cosa di Napoli».

 Cosa c’è da capire? «Uno di 60 anni comprende che Roma è Roma, Milano è Milano e Napoli è Napoli. Il calcio non è uguale in tutte le città, anzi è profondamente differente. E diventando grandi queste sono cose che si capiscono di più. Lui mena e accarezza, in maniera autentica. E ha compreso che in questa città basta essere se stessi, non fare l’attore, non recitare alcuna parte e tutto è più semplice. Napoli ti conquista e ti entra dentro, senza fare nulla di speciale. Ame, in certi momenti, sembra un vero napoletano»

. Che serie A è? «Prendiamo DiMaria: ha fatto una cavolata ma al Psg nessuno se ne sarebbe accorto perché avrebbe vinto anche in 11 contro 10. In Italia no. Il Monza tira in porta alla Juventus anche 5 volte. Aimiei tempi, col Pescara per esempio, se superavo tre volte la metà campo contro i bianconeri era un trionfo. Da noi squadre come Spezia, Empoli, sono organizzatissime. Non ci sono mai domeniche tipo scapoli contro ammogliati dalle nostre parti»

. I giovani allenatori che impressione le fanno? «Le nuove generazioni devono imparare che l’essenza del calcio è nell’esaltazione della bellezza del talento. Ovviamente circondandola con le linee di un disegno preciso. Come fa Spalletti: ci sono Lobotka e Anguissa che sono i registi in campo del pensiero di Luciano. A 63 anni è arrivato il momento per lui di vincere lo scudetto. Se lomerita». 

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