Se c’è un momento nella storia contemporanea del Napoli in cui il riassunto della stagione si manifesta come un’anomalia dentro l’anima spudoratamente ironica della città, a tratti irresistibilmente disincantata, sicuramente stiamo parlando della squadra guidata da Gigi De Canio.

Sul piano delle suggestioni, infatti, il 2001-02 è caratterizzato da un ambiente tutt’altro che entusiasta. Privato di quella passione feroce che ha sempre pervaso i tifosi. Forse consapevoli di essere finanziariamente assai vicini al baratro. Dopo la retrocessione, molti giocatori andarono via. E quelli che rimasero, erano psicologicamente provati. Lo spogliatoio non era sereno. Inoltre, lo sciopero del pubblico non facilitava le cose…”.   

Almeno inizialmente, dunque, all’Ombra del Vesuvio si dimostrano incapaci di metabolizzare la retrocessione maturata all’ultima giornata del campionato precedente, dopo soltanto una stagione dal ritorno in Serie A. “Inizialmente, ho vissuto male la situazione. Mi avevano fatto tante promesse, che non vennero mantenute. Quindi mi sono calato nella realtà e tutti assieme, staff e squadra, abbiamo lavorato con grande passione…”.

La sconfitta casalinga del Parma contro il Verona, con i veneti che superano in classifica proprio gli azzurri sul filo di lana, aveva generato talmente di quei dubbi sulla regolarità dell’atto finale, da lasciare una scia maleodorante pure l’anno successivo.

Ben più avanti nel tempo, la Procura della città ducale, indagando sul crack della Parmalat, confermò i sospetti: dal ’98 al 2004, Calisto Tanzi, già titolare delle quote di maggioranza del Parma, sarebbe stato il vero proprietario del Verona.

Ma per aggirare il divieto imposto dalla Figc di non poter controllare due società nella medesima categoria, aveva intestato le quote che deteneva nella società scaligera ad un suo uomo di fiducia: Giambattista Pastorello.

Unità di intenti, al netto dei debiti insostenibili

Quel Napoli, purtroppo, non riuscì ad essere più forte del caos generato dalla doppia presidenza. La cogestione CorbelliFerlaino contribuì ad appesantire una esposizione debitoria fuori controllo, avviando inesorabilmente la società partenopea, ormai distante dai centri di potere, verso il fallimento. 

Nondimeno, il gruppo affidato a De Canio sorprese un po’ tutti, andando oltre le più rosee aspettative. Con formidabile senso pratico, l’allenatore gestì fruttuosamente i rapporti interni. Calibrando polso e leggerezza La normalità fu lo strumento metodologico attraverso il quale Gigi ribadì con quanta tenacia e laboriosità si potesse dare forma al sogno promozione. “Sentivamo il peso dei problemi societari, ma non ne parlavamo apertamente. Una cosa che non ci ha mai condizionato. Perché c’era una straordinaria unità di intenti. In allenamento volevano tutti dimostrare di potersi giocare il posto…”.

Le negatività tenute saldamente a freno. Mai le gambe balbettarono. Tantomeno a qualcuno venne forte la voglia di strizzarsi la testa per la disperazione. “Devo ringraziare la grandissima serietà dei ragazzi. Un gruppo decisamente motivato, che sposò appieno la causa, pur tra tante problematiche. Ferocemente determinato a centrare l’obiettivo…”.

Paradossalmente, i problemi infiniti favorirono la coesione del gruppo, cementando uno spogliatoio in cui (presunte…) stelle e gregari cooperavano alacremente. A fare da prezioso collante, il collaudato marchio di fabbrica di De Canio. Ovvero, il 3-4-3.

Nessuna autocelebrazione, nonostante idee innovative

Erano gli anni della zona pura. L’esasperazione di un concetto ai limiti dell’eresia. E chi non si piegava ai dogmi della rivoluzione in atto, sapeva di stantio. Peggio ancora, veniva etichettato come portatore di un calcio superato. “Vent’anni fa hanno voluto far passare per nuovo un tipo di calcio che, per esempio, gli olandesi già attuavano tanto tempo prima…”.  

Oggi la fluidità posizionale è un principio che accomuna tatticamente tantissimi tecnici. Alla fine degli anni ’80, tuttavia, i sistemi di gioco definivano in maniera inequivocabile l’identità di una squadra, e del suo “manico”, accomodato in panchina. A tal proposito, De Canio fa spallucce. “Non vado dietro alle mode. Preferisco sperimentare, piuttosto che attenermi ad un rigido spartito predeterminato. Mi piace scavare nell’animo dei miei calciatori, mettermi in gioco. Coinvolgerli ed incuriosirli. Ciascuno deve sentirsi libero di suonare la sua musica. L’allenatore deve contribuire a creargli nuovi interessi, stimolandone la curiosità intellettuale e professionale…”.  

Eppure, all’epoca era consuetudine diffusa associare il 4-4-2 a squadre attente ed equilibrate e il 4-3-3, invece, a chi fosse maggiormente spregiudicato. In Italia, fatta eccezione per il Parma di Nevio Scala, nessuno schierava la difesa a tre, tacciata di eccessivo difensivismo. Poiché, in fase non-possesso, finiva per trasformarsi inevitabilmente in un ermetico 5-3-2. “Il calcio è un gioco dinamico. Propone situazione sempre diverse, che cambiano continuamente. In questo contesto, i calciatori devono essere preparati a prendere decisioni e fornire le giuste risposte, leggendo e interpretando le varie situazioni. In maniera responsabile e consapevole. Ovviamente, non devono essere meri esecutori di ordini, bensì avere una idea comune...”.

Fondamentali, in questo senso, i movimenti di Graffiedi e Rastelli, nient’affatto costretti ai classici ripiegamenti, che generalmente disegnano una compatta mediana, composta da cinque uomini sotto la linea della palla. Anzi, le due punte esterne giocando, almeno uno, a piede invertito, occupavano sostanzialmente una porzione di campo che oggi gli consentirebbe di garantire costantemente l’ampiezza offensiva.

Senza considerare l’atteggiamento da precursore del portiere. “Io e Franco Mancini eravamo originari dello stesso quartiere di Matera. L’ho visto crescere ed esordire in C con la squadra della nostra città. Quando ci siamo ritrovati a Napoli, ne ho potuto apprezzare educazione e correttezza, mascherata da un carattere all’apparenza introverso. Tecnicamente, con quei piedi, ci permetteva in alcune circostanze di avviare l’azione da dietro. Ma se l’avversario pressava, impedendoci la risalita, optavamo per il lancio lungo. E dopo tentavamo di conquistare la seconda palla…”.

Contributo minimo dal gruppo storico

Troppo concreto per inseguire mode passeggere, De Canio sa bene come infondere fiducia nella squadra. Concentrandosi esclusivamente nell’edificare, un tassello alla volta, la sua formazione ideale, il tecnico convince tutti a sposare la sua concezione del gioco attraverso il sorriso seducente ed i gesti garbati. Oppure ricorrendo ad un’affettuosa severità.

Mai veicolando all’esterno l’illusoria sensazione che fosse facile conseguire l’obiettivo prefissato. “Volevamo prenderci la soddisfazione di raggiungere un traguardo che poteva sembrare addirittura una chimera, viste le premesse e le difficoltà…”.

Il quinto posto e la mancata promozione in Serie A sono frutto di un programma sicuramente non dal costo contenuto. Funzionale a tentare l’immediata risalita nella massima categoria. “La partecipazione emotiva di tutto il gruppo ci permise di superare un mucchio di inconvenienti. Moriero, Husain e Vidigal giocarono pochissimo a causa degli infortuni. Stellone veniva da un lungo stop e dopo una settimana di ritiro si ruppe il menisco. Dovemmo dosarne i carichi di lavoro per l’intera stagione. E comunque riuscì ad andare in doppia cifra… ”.

Il diesse Gigi Pavarese si lascia ingolosire dalla strategia e costruisce una rosa potenzialmente in grado di lottare per le posizioni di vertice. Persino perseguendo una politica economica controcorrente. Tutt’altro che oculata, rispetto alle magre casse societarie. Puntando su qualche prospetto in divenire. Affiancando allo zoccolo duro della retrocessione, calciatori affidabilissimi per la cadetteria. “Luppi aveva praticamente smesso di giocare. Quando lo chiamai, mi rispose con entusiasmo, dicendomi che sarebbe venuto volentieri a dare una mano. In effetti, fece un’ottima annata, condita anche da qualche gol…”.     

Sfumata sul più bello, la promozione, dopo un lunghissimo inseguimento. Gli azzurri, nel girone di ritorno, con un filotto di cinque vittorie consecutive, tra dicembre e gennaio, recuperarono ben 9 punti alla Reggina. Decisivo lo scontro diretto con i calabresi di Franco Colomba, avanti solo due punti. Il 5 Maggio 2002 al San Paolo, un pareggio (1-1) spense le residue speranze della squadra partenopea, incapace di scardinare la strenua difesa organizzata dagli amaranto.

De Canio manager, per favorire il risanamento

In ogni caso, chi ottenne la promozione riuscì a sovvertire le gerarchie: Como, Modena ed Empoli, oltre alla Reggina, brillando di luce propria nell’arco di tutto il campionato, abbagliarono il Napoli.

Che mise, però, in vetrina una perla grezza: Jankulovski. “Inizialmente giocava laterale sinistro. Ma per i noti problemi dei nostri centrocampisti, dovetti spostarlo in mezzo, dirottando Bocchetti sulla fascia. Marek fu utilissimo per le sue indubbie qualità tecniche ed il tiro da fuori. Fece talmente bene che l’anno dopo andò all’Udinese. E da lì, al Milan…”.    

Nonostante sia stucchevole coltivare inutili rimpianti, quel Napoli rappresenta una maledetta incompiuta per De Canio. “Avevo un accordo biennale stipulato con Naldi. Assieme al nuovo presidente avevamo stilato un vero e proprio piano industriale teso ad abbattere sensibilmente i costi. Puntare su giovani di prospettiva, potenzialmente in grado di costruire una ossatura che durasse nel tempo. Insomma, una strada per provare a salvare la società dal fallimento. Quando compresi che le mie idee non erano attuabili, alla luce dei noti problemi economici, strappai il contratto…”.     

Fregandosene dei luoghi comuni, il tecnico rinunciò ad una grossa opportunità. Ma non se ne pente. “Ragionando in termini professionali, penso che giocare o allenare a Napoli dia grandissima visibilità. Un valore aggiunto per la propria carriera!”.

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