Nella testa di Alessandro Nista fiammeggiano le gesta di un vissuto calcistico godibilissimo nella sua normalità. A cominciare dal più vivido, perché ancora vicino.

Allenatore dei portieri del Napoli dal 2015 al 2020. E subito la memoria si nutre di ricordi.

Superfluo per certi versi sottolineare il Reina portiere. Preferisco parlare dell’uomo. Carisma, personalità. Indiscutibili capacità umane all’interno dello spogliatoio. Sepe, invece, aveva grandi qualità podaliche. Una sorta di precursore, con quel sinistro. Una freccia in più al suo arco tecnico, già importante. Incarna la figura del portiere moderno”.

Una lunga sequenza di ricordi soddisfacenti, che sfocia nell’attualità. Ora che il futuro di Alex Meret pare delineato. Con David Ospina destinato a svincolarsi e la numero uno consegnata idealmente nelle mani dell’estremo difensore friulano.

Non conosco le strategie, ma a partire dal direttore Cristiano Giuntoli, in seno alla società ci sono competenze che non avranno dubbi nel compiere la scelta migliore per tutti. Meret e Ospina sono due portieri di altissimo livello”.

Meret scoperto con gli Allievi

Sembra finalmente che sia giunto il momento per il talentuoso Airone azzurro di cogliere l’occasione al volo.

Istanti di vita sospesa, in grado di proiettare nel passato potentissimi flashback, consentono a Nista di fare un bel salto all’indietro.

Nel 2014 Alessandro collabora con Andrea Stramaccioni all’Udinese. I friulani si affidano all’esperienza del greco Karnezīs, cui affiancano il giovane Scuffet. Se ne parla benissimo, in giro. Ma il vero talento cristallino fa gli Allievi e si palesa saltuariamente in Prima Squadra.

Meret ogni tanto veniva aggregato, quando era necessario far rifiatare gli altri portieri. Da subito ho notato una qualità nettamente superiore alla media. In effetti, nel giro di un paio di anni, alla Spal, ha fatto vedere un talento indiscusso. A Napoli gli infortuni non hanno permesso che avesse grande continuità. Ma il fatto che venga sempre convocato dalla Nazionale denota con quanta attenzione continuino a seguirlo”.  

All’improvviso, una gemma rara. Che vive senza il necessario egocentrismo, tipico di certi calciatori. Quelli che pensandosi “fenomeni”, si compiacciono di loro stessi.

Le caratteristiche – tecnicamente pulito, qualitativo nelle letture – e l’atletismo permettono a Meret di parare o cercare le migliori soluzioni. Non gli manca nulla per esprimersi a livelli altissimi. Magari un pizzico di fortuna”.  

Frenato dagli infortuni

Una carriera costellata da miracolose impennate d’orgoglio, quella di Nista. Sin dagli esordi folgoranti con il Pisa di Anconetani. Subito la maglia da titolare in Serie A, condita dalla convocazione con l’Under 21 per l’Europeo di categoria.  

Credo che il calcio degli anni ’80 fosse inevitabilmente più genuino. Forse per questo motivo è rimasto nel cuore della gente”.

Una cosa bella resta impressa per sempre. Ma la schiena fa le bizze e lo costringe ai box.

Decisamente, sono in credito con la Dea bendata. La schiena mi ha tormentato per tutta la mia carriera. Anche per questo, ho scelto di ritirarmi e non allenare più. Una decisione indotta, motivata dal profondo rispetto che nutro verso me stesso. Nonché per la società ed i giocatori che curavo. Il preparatore dei portieri è un lavoro che presuppone una condizione fisica perfetta. Non riuscivo più a svolgerlo con la necessaria intensità”.      

Inciampare e rialzarsi appare maggiormente gratificante che limitarsi a vincere. Ancona rappresenta la tappa successiva, funzionale ad afferrare le briglie di un nuova rinascita.

Quattro stagioni indimenticabili, la storica promozione in Serie A. La Coppa Italia persa in Finale contro la Sampdoria. E poi, nuovamente la schiena. Tutte le volte ripartivo, rimboccandomi le maniche. Sono stato fortunato: se non avessi avuto quel tipo di carattere, sarebbe stato facile dire basta. E non ci sarebbero stati gli anni da allenatore”.

Condividere i guanti con i “fenomeni”

La voglia di trasmettere ad altri le sue competenze gli rimane appiccicata addosso, e diventa parte integrante del Nista tecnico.

Credo che la mia carriera da allenatore sia stata maggiormente valorizzata rispetto a quella di calciatore proprio per aver lavorato con tre grandi esponenti del ruolo”.

Al centro del racconto, le esperienze vissute con Buffon (“Mi lega un’amicizia che va oltre il discorso calcio…”), Julio Cesar (“Tipicamente brasiliano nell’interpretare il ruolo con gioia…”) e Handanovic (“Un professionista incredibile, attento al minimo particolare. Un vincente, che non vuole perdere nemmeno a bocce. Meritava i successi di squadra raccolti negli ultimi anni…).

Com’è cambiato il ruolo

Anello di congiunzione tra lo spazio e il tempo, il viaggio prosegue cavalcando un sentimento contrastante al giorno d’oggi, che scandisce il dibattito tra i sostenitori del principio dell’alternanza tra i pali, rispetto a chi pretenderebbe una pedissequa designazione delle gerarchie.

Tutte le squadre, generalmente, hanno un titolare ed un subentrante, nei momenti del bisogno. Il presupposto deve essere comunque la chiarezza dei ruoli. Nel senso che, ai nastri di partenza, nello staff tecnico c’è sempre una idea di base più o meno rimarcata. Spetta poi al campo confermare o ribaltare le gerarchie. Bisogna fare anche un’altra considerazione. Chi fa le Coppe Europee deve avere in organico due portieri di valore. Chiaramente, disputando tante partite nell’arco di una stagione, è giusto pure concedere un po’ di spazio a chi magari ha giocato meno”.

Le parole di Nista non sono note a margine del suo personalissimo percorso professionale. Bensì pagine vitali, che testimoniano una radicale trasformazione generazionale.

Ovviamente, il ruolo è cambiato con gli anni. Oggi presuppone maggiore partecipazione. L’alternanza, tuttavia, non è determinata dalle nuove regole, tantomeno da un calcio assai più dinamico, che impone al portiere moderno di accorciare spesso in avanti”.  

Spalletti e la costruzione bassa

Attualmente, la risalita della palla dal basso rappresenta il simbolo esasperante di quel laboratorio di calcio totale talmente sfacciato, da terremotare sistemi di gioco e gerarchie.

La metodologia allenante è cambiata, perché taluni allenatori hanno l’esigenza fortissima di costruire da dietro. Di conseguenza, inserire il portiere in un contesto situazionale più coinvolgente. Non solo allenamento specifico, ma tanta tecnica podalica. Strutturando le sedute con tre/quattro estremi difensori, è necessario che lavorino in maniera omogenea, per avere poi un gruppo affiatato e pronto all’uso”.   

Uno scenario tattico capace di generare un dibattito filosofico mai dogmatico. Come le dichiarazioni rilasciate qualche giorno fa ai microfoni di Sky da Luciano Spalletti. Un istante di sbalordimento stordente, per un ambiente talvolta ingessato nei luoghi comuni.

Chiacchierando in maniera informale con l’amico Giancarlo Dotto, complice il clima vacanziero della trasmissione, l’uomo di Certaldo s’è lasciato andare a qualche considerazione di troppo. I più maliziosi hanno voluto leggerci un messaggio subliminale inviato alla società partenopea. Per Nista, al contrario, solamente riflessioni sulla naturale evoluzione del gioco.

Non ci ho trovato niente di anomalo nelle parole di Spalletti. Per quanto lo conosco, è sempre stato una persona, schietta. Pulita, diretta. Nessun messaggio, anzi una evidenza: qualsiasi allenatore, giovane o meno, ma che voglia mantenere il passo, usa la costruzione con il portiere in maniera redditizia. Una esigenza, quindi, anziché una moda. Per trasformare un’azione di possesso, in attacco. Quanto estremizzare il concetto, dipende poi dalle scelte e dalle idee dell’allenatore”.

Un monolite, in questo contesto, l’esperienza al fianco di Gattuso.

Rino puntava fortissimo sul giropalla, anche all’interno dell’area di rigore, dove coinvolgeva dunque continuamente il portiere. C’era il rischio dell’episodio negativo, ma superata la prima pressione, poi si vedevano i benefici”.  

Ultimo tassello prima di dire basta…

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