Nel calcio esiste una bellezza immediata, che travalica il gusto della giocata estemporanea. E si manifesta nel momento esatto in cui la palla finisce in fondo al sacco. In quest’ottica, il senso del gol Emanuele Calaiò se l’è sempre portato dentro, sin dagli esordi. Osando senza mai deragliare, oppure voltarsi indietro.

Una promessa abbondantemente mantenuta, capace di modellarne il destino. Il viaggio che non ti aspetti, di chi sa fare molte cose, per sé e per gli altri. Ma tutte condite dell’inebriante sapore della rete.

Quanta strada, da Palermo alla Mole

L’Arciere ha imparato presto a far piangere i portieri. Senza mai lasciarsi condizionare dalla tentazione di rallentare la sua corsa negli ultimi sedici metri.

A rifletterci, una sceneggiatura veramente ben congegnata. Con l’impronta iniziale della Panormus, la scuola calcio dove Emanuele sgambettava. Quella che per prima ha certificato lo sbocciare del nuovo bomber del movimento giovanile siciliano, con cui vince il Campionato Giovanissimi Nazionali, strappando lo “Scudettino” a realtà blasonate, come Aldini Milano, Romulea e Renato Curi.

Non contento, i gol di Emanuele contribuiscono a portare la Sicilia in vetta al Torneo delle Regioni. Sollecitando l’interesse di un mucchio di società professionistiche. La spunta il Torino, e Calaiò, assieme ad un altro paio di giovanotti di belle speranze, prende la via del Piemonte. Lui ce la farà. Gli altri torneranno indietro. “Se non dai continuità all’impegno, e la passione si limita a rimanere un semplice divertimento, rischi di perdere delle occasioni. Bisogna avere forza di volontà e mentalità orientata a far bene. Fare il settore giovanile in una società del Nord ti consente di crescere maggiormente protetto, in un ambiente ovattato. Con strutture ideali per maturare. Al Sud, pur essendoci molti talenti, spesso si perdono per strada…”.  

In fondo, quello che sogna il ragazzino palermitano è nient’altro che stupire e stupirsi. Afferrare il vento che soffia verso il futuro, con la classica trafila, che culmina con l’esordio in A, il 6 gennaio 2000, contro la Reggina. Appena due giorni prima di compiere diciott’anni.

Il Toro è in svantaggio, Kallon l’ha punito quasi subito. Al 49’ EmilianoMondonico lancia nella mischia Calaiò, al posto di Fabio Pecchia. Neanche dieci minuti e l’esordiente bagna il debutto, timbrando il cartellino. E poco importa che in pieno recupero, ancora Kallon spedisca i granata all’inferno. “Devo confessare che non pensai troppo alla sconfitta. Ma solo al fatto di aver esordito, perlopiù davanti ai miei genitori, facendo pure gol. Già era un sogno che si avverava il debutto in A. Il coronamento di tanti sacrifici, come ad esempio vivere lontano da casa per inseguire il proprio sogno nel cassetto….

Emanuele chiude una stagione funesta, culminata con la retrocessione, inanellando sette presenze e una rete. “Non smetterò mai di essere grato al Torino per avermi permesso di crescere in uno dei migliori vivai d’Italia. Così come ringrazierò sempre Mondonico, che puntò su di me, nonostante fossi uno dei più giovani aggregati alla prima squadra”.

Guardare dalla panchina non è gratificante

L’anno dopo, per tentare l’immediata risalita, il Torino sceglie la strada dell’usato garantito. Lo zoccolo duro del Napoli, che aveva appena ottenuto la promozione, si trasferisce all’ombra della Mole. Antonino Asta, Nicola Mora e Giovanni Lopez, raggiunti a gennaio da Stefan Schwoch, garantiscono quel surplus capace di invertire la strana deriva di una squadra costruita per vincere. Che s’era arenata troppo presto.

Una partenza a rilento, che costa la panchina a Gigi Simoni, sostituito da Camolese. Da terz’ultimi a primi, la promozione è servita. “Camolese veniva dalla Primavera ed io era una sorta di figlioccio per lui. Nonostante fosse una squadra fortissima, con un attacco composto da giocatori importanti, mi promosse in pianta stabile con i grandi. Dandomi l’opportunità di vincere il mio primo campionato cadetto. Quella squadra si fondava sul giusto mix tra giovani emergenti, di belle speranze, e calciatori di grande esperienza. Con un professore come Brambilla in cabina di regia ed un mastino come De Ascentiis a coprirgli le spalle ”.

In quel contesto, Emanuele perlopiù guarda dalla panchina. Del resto, con Schwoch, Artistico e Colombo, trovare spazio risulta complicato. Nondimeno, nelle rotazioni, riesce a ritagliarsi un discreto spazio. E qualche bella soddisfazione. A Crotone, basta una sua zampata, per fare bottino pieno. Un paio di settimane dopo, le cose si stanno mettendo davvero male, in quel di Ravenna. I granata vanno in svantaggio un attimo primo di andare negli spogliatoi, per il classico thè caldo di metà tempo. Il sigillo di Calaiò rimette le cose a posto.

Le due stagioni seguenti sono interlocutorie. Nondimeno, altamente formative. L’ascesa è graduale, con tappe intermedie a Ternana e Messina, smussando spigoli, limando sbavature. Con il sacro fuoco dell’apprendimento alimentato dalla divorante voglia di giocare titolare.

Seguendo il solco tracciato da compagni del calibro di Fabrizio Miccoli in Umbria e Riccardo Zampagna sullo Stretto, in grado di contribuire alla sua maturazione, facendogli accettare il ruolo meno gradito di rincalzo, Calaiò ha continuato a rincorrere i suoi desideri. Inseguendo chi, ingombrante, gli giocava di fianco. Ferocemente coerente con la feroce volontà di affermarsi. “Sicuramente mi hanno ispirato. Aiutandomi a crescere e migliorare. Giocandogli vicino, ho preso degli spunti, rubandogli tanti movimenti, che mi hanno aiutato poi, nel prosieguo della carriera”.

La sana arroganza ed i colpi da attaccante di un’altra categoria stuzzicano la premiata ditta Iaconi & Iaconi. Andrea fa il diesse al Pescara. Ivo l’allenatore. In coppia, rappresentano la fortuna di Emanuele. Gol sempre diversi e l’istinto a cogliere l’attimo fuggente, in area di rigore. Una promozione, dalla C1 e la stagione successiva la bellezza di 21 reti in B, a competere con Cristiano Lucarelli e Riganò per il trono di capocannoniere.   

Calaiò all’ombra del Vesuvio

Se il Pescara l’ha definitivamente lanciato, è a Napoli che Calaiò prende consapevolezza che tatuarsi addosso un colore, al di là della maglia indossata nel percorso professionale, possa essere decisamente inebriante. “Con il passaggio dal Pescara al Napoli la mia carriera è decollata. Non ci ho pensato più di tanto ad accettare il declassamento. Ero attirato dal progetto, che mi stimolava non poco. A prescindere dalla categoria”.

Da Pescara al cuore del progetto di Aurelio De Laurentiis. In tanti avrebbero vacillato. Lui no. Anzi, ha voluto fortemente cavalcare il senso primordiale della sfida. Decidendo di osare. “Sentivo la necessità di misurarsi in un contesto che mi consentisse di crescere caratterialmente. Napoli è una piazza che ti dà pressioni e non ti aspetta. Devi dimostrare subito di essere all’altezza delle aspettative. E poi volevo far parte della rifondazione. Sapevo che il programma era quello di continuare a vincere, partendo dalla Serie C fino alla A…”.    

Quando la devozione popolare si identifica con certe annate irripetibili, decidendo di conservarle per sempre nell’estasi della propria geografia sentimentale, può succedere che i napoletani, solo a sentire determinati nomi, vadano in fibrillazione e si commuovano. Succede pure a Caliò, quando nel 2013 torna all’ombra del Vesuvio, per fare da supporting casting. “Mi richiamarono dopo otto anni per fare da vice Cavani. Non potevo certo rifiutare. Era una squadra con individualità importanti, ma forte soprattutto come gruppo. Arrivammo secondi e ci qualificammo alla Champions League. E poi mi tolsi lo sfizio di giocare in Europa…”.

Il giorno di San Valentino, Emanuele esordisce in Europa League, nella partita dei Sedicesimi persa dal Napoli contro il Viktoria Plzeň, entrando al 59′ al posto di El Kaddouri. Sette giorni dopo, nella gara di ritorno, Mazzarri lo schiera dal primo minuto.

Siena, il perone e la Nazionale

Mica facile restare costantemente all’altezza delle proprie ambizioni. Il Siena punta per un quinquennio sull’impetuoso potenziale offensivo di Calaiò. Stimolandone le velleità di grandezza. E venendone ampiamente ripagato. Seppur con un piccolo rimpianto in sottofondo. Quello della Nazionale. “Nel 2011 stavo disputando forse la mia stagione migliore in A. Con il senno di poi, dico che avrei potuto svoltare ulteriormente la mia carriera. Avevo già fatto 11 gol e potevo certamente incrementare il bottino. Si vociferava addirittura che Prandelli, mi stesse tenendo d’occhio. Quando si dice la sfortuna, al di là della bravura…”.

Ma proprio la iella trama nell’ombra e presenta un conto salatissimo, il 13 marzo. Durante Cesena-Siena, Emanuele si rompe il perone. “E pensare che il giorno prima, in albergo, era venuto a trovarmi Francesco Rocca, collaboratore del Commissario Tecnico, con cui avevo vinto da protagonista un Torneo Quattro Nazioni con l’Under 20. Mi dice che è là per visionare me ed il mio compagno di reparto, Mattia Destro”.   

A Siena Calaiò entra in contatto con Antonio Conte, venendone contaminato positivamente. Dunque, vedere la “sua” Inter in testa al campionato, non lo sorprende più di tanto. “Conte è un allenatore straordinario. Preparatissimo calcisticamente. Un vero martello, dentro e fuori il campo. Lavora sulla testa dei giocatori, e conosce una sola mentalità: quella vincente. Tatticamente giocavamo un 4-2-4 iperoffensivo. Ma a fare la differenza è la dedizione che mette nelle piccole cose. Tipo, curare minuziosamente l’alimentazione o cementare il gruppo, portandolo al cinema tutti i sabati prima della partita”.   

Uno sguardo alla corsa Champions

Per Calaiò, il campionato della squadra di Gattuso non è giunto ancora al capolinea Bisogna continuare a sognare, seppur responsabilmente. “Importante la vittoria con la Sampdoria. Campo difficile, avversario spigoloso da affrontare. Bisogna dare continuità ai risultati. Anche perché la strada per la Champions appare in salita, visto che la concorrenza non rallenta”.   

La forza mentale alla base di qualsiasi scalata, dunque, spinge all’estremo l’idea di superare qualunque limite. Come, del resto, sta cercando di fare il Napoli. Impegnato in una caccia al quarto posto, che non si improvvisa. “Il Napoli sta attraversando un ottimo periodo, caratterizzato da una  striscia di risultati positivi, con l’unico passo falso contro la Juve, che comunque è una squadra con delle qualità…”.

A rappresentare la speranza, meglio di qualsiasi pronostico, il calendario, che scandisce tempi e luoghi della rincorsa. “Probabilmente, le prossime due partite saranno fondamentali. Dopo il doppio scontro diretto con Inter e Lazio, il calendario degli azzurri sembra in discesa”.

Finalino sull’attacco, uno sguardo doveroso a chi oggi deve spingere in alto, a suon di gol, i partenopei. “In attacco, il Napoli ha tanta qualità. Inoltre, per caratteristiche, Mertens e Osimhen si integrano tra loro. Il belga sta recuperando, dopo l’infortunio, magari giocare là davanti è più problematico. Smalto e lucidità sono minori. In ogni caso, ha il piede per muoversi dietro la punta. Il nigeriano, invece, preferisce attaccare la profondità. Deve migliorare tatticamente, nel gioco spalle alla porta e nel difendere il pallone. Lo considero un acquisto di prospettiva, da valutare appieno al secondo anno di Serie A. Che resta un campionato difficile. Ma anche Lozano lo scorso anno era criticato…”.       

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