L’infortunio di Diego Demme obbliga il Napoli ad interrogarsi sul futuro del centrocampo. La lesione del collaterale, infatti, costringe in infermeria il tedesco per un periodo non inferiore ai due mesi.

Ovviamente, l’intenzione dello staff medico è quella di cominciare quanto prima la riabilitazione del pivote azzurro. Tuttavia, al momento, appare pretestuoso immaginarne il rientro in gruppo. Purtroppo strettamente connesso ai tempi di reazione alle cure fisioterapiche.  

In effetti, nonostante il consulto con il professor Mariani pare abbia temporaneamente scongiurato l’intervento chirurgico, che avrebbe ulteriormente dilatato il pieno recupero di Demme, vige un cauto ottimismo dalle parti di Castel Volturno.

Almeno dal punto vista strettamente medico. Perché sul versante tecnico-tattico bisogna essere tutt’altro che sorridenti. Vediamo perché…

Mercato condizionato  

Assodato che, qualora il processo di riabilitazione filasse liscio come l’olio, Demme salterebbe comunque le prime sette partite di campionato. Se non addirittura dieci, nel caso in cui l’assenza dovesse prolungarsi fino alla seconda sosta di ottobre. Questa semplice considerazione impone ad Aurelio De Laurentiis una profonda riflessione in ottica trading players.

Finora il presidente è stato sin troppo chiaro, tanto con Giuntoli, quanto con la piazza: l’esigenza di contenere i costi, ridimensionando drasticamente la voce relativa agli ingaggi dei calciatori, non è affatto derogabile.

Nemmeno davanti all’imprevisto, che ha privato la squadra di uno dei suoi pilastri.

E’ davvero inutile, oltre che controproducente, fare finta che le cose non stiano così. Dunque, non è possibile mettere il discussione il principio che ispira la direzione sportiva partenopea in questa fase di mercato: nessun acquisto, se prima non si vende!

Quindi, la patata bollente passa nelle mani di Luciano Spalletti, che si ritrova con una mediana decisamente depotenziata.

Ma procediamo con ordine…

Le alternative deve trovarle Spalletti

La scelta del Napoli di non intervenire in entrata, acquistando un centrocampista in grado di surrogare Demme suggerisce, al contempo, all’allenatore toscano di pensare a soluzioni strategicamente estemporanee.

Magari capaci di tamponare la lungodegenza del metodista tedesco, seppur agli antipodi rispetto all’idea di fondo che Spalletti s’era precostituito circa il suo Napoli ideale. Disegnato sulla logica del 4-2-3-1.     

Anche se nessuno, in rosa, ha le medesime caratteristiche dell’ex capitano del Lipsia, difficilmente l’uomo da Certaldo vorrà discostarsi dal doppio uomo d’ordine davanti alla difesa. Con Lobotka affiancato a Fabiàn Ruiz in mezzo al campo. 

Numericamente, però, la coperta resta abbasta corta. Specialmente se Zieliński dovesse continuare a muoversi tra le linee altrui, agendo da sottopunta o trequartista, a seconda dell’atteggiamento assunto dall’avversario sotto palla.

Insomma, affrontare il campionato soltanto contando su Elmas come cambio sembra veramente un azzardo. Semprechè, sia ben inteso, non si voglia concedere ampia fiducia e minutaggio a Folorunsho.  

Adattarsi o sperimentare

A questo punto, perdurando lo stato di necessità, Spalletti potrebbe pure riflettere sul sistema di gioco. Ovvero, rivalutare il 4-3-3, tradizionalmente deputato ad offrire al terzetto di centrocampo una composizione eterogenea.

Un regista pensatore, affiancato da due mezz’ali: una più di qualità, l’altra con maggiore facilità di corsa.

Il rinforzo, teoricamente, il Napoli se lo ritroverebbe già in casa.

Non bisogna dimenticare che Zieliński rappresenta al meglio la nuova generazione di tuttocampisti, dallo spiccato dinamismo. Cosa che gli permette di agire velocemente in transizione, inserendosi negli spazi.

Nondimeno, idoneo a coniugare il “verbo” del centrocampista moderno, razionalizzando le scelte a difesa schierata, tese a implementare o consolidare il possesso della sua squadra.

Del resto, nella Roma spallettiana un ruolo determinante lo occupava Simone Perrotta, che attraverso i suoi strappi, non solo massimizzava l’impatto sulla fase offensiva dei giallorossi. Ma abbassandosi a collaborare nella risalita della palla, creava le condizioni funzionali a sviluppare un calcio proattivo e associativo.

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