L’approccio del Napoli al secondo tempo della Supercoppa non può e non deve essere considerato un parametro indicativo dello stato di salute della squadra di Gennaro Gattuso.

Nondimeno, potrebbe comunque aiutare a fotografare il momento particolare che stanno attraversando gli azzurri.

Appare evidente che, nell’ultimo periodo, fatta eccezione per la prova di forza palesata con la Fiorentina, guardare le partite dei partenopei è infatti abbastanza noioso. Tutt’altro che emozionante o coinvolgente.

Le individualità sopperiscono ai limiti

Le giocate individuali hanno contribuito a risolvere diverse situazioni scabrose. Tanto in difesa, quanto in attacco. Nascondendo, almeno parzialmente, problemi endemici irrisolti. Oppure strutturali, eppure mai affrontati con cognizione di causa.

Ovviamente, gli infortuni hanno determinato effetti nefasti sul rendimento del collettivo napoletano. Ma l’alibi delle assenze vale relativamente.   

Il Napoli produce un calcio prevedibile e ripetitivo. Diventato obsoleto. Ancorato al classico possesso, che passa attraverso una serie infinita di passaggi troppe volte orizzontali.

Un gioco sostanzialmente statico, che indubbiamente garantisce il massimo controllo, riducendo al minimo il margine di rischio. Favorendo, però, chi si difende. A cui viene concessa la possibilità di schierarsi sotto la linea della palla, adeguando tempi e spazi ad una intensità da dopolavoro calcistico.

Mentre il trend tecnico-tattico sembra orientarsi verso idee agli antipodi con quelle finora portate avanti da Gattuso. Incapace di uscire da una filosofia nient’affatto propositiva.

Spesso e volentieri, Ringhio propone una squadra dal sapore marcatamente attendista. Senza alcuno sbilanciamento offensivo.  Appiattita su un approccio alla gara conservativo e speculare. Poco funzionale ad allungare e allargare il campo in ogni direzione, per generare nel miglior modo possibile nuove soluzioni da esplorare.   

Eppure il potenziale del Napoli resta immutato

Ciononostante, in parecchi momenti della stagione, gli azzurri sono stati in grado di esteriorizzare interamente il loro potenziale. La sensazione, in quei momenti, è quella di una squadra spendibile per i primissimi posti della Serie A

Abile ad adattarsi all’avversario di turno, modulando il suo calcio a seconda delle circostanze. Ovvero, se sia meglio amministrare il pallone, gestendo ritmo e intensità del giropalla. Piuttosto che andare immediatamente in verticale.  

D’altronde, è innegabile che il Napoli abbia talento e qualità d’alta classifica. L’impressione, in ogni caso, resta quella di una squadra work in progress sulla via della definitiva quadratura. Ancora alla ricerca di un’identità precisa, incapace di canalizzare nella giusta direzione le sue risorse.

E se i giocatori fossero sovradimensionati?

La spiegazione potrebbe anche esserci. Una chiave di lettura differente, rispetto alle ipotetiche manchevolezze imputate, a vario titolo, all’allenatore.

Probabilmente, quelli che tifosi e addetti ai lavori considerano giocatori di spessore assoluto, invece, difficilmente potranno andare mai oltre un certo rendimento.

E’ innegabile che l’evoluzione di taluni azzurri, da cui ci saremmo aspettati l’esplosione definitiva, trasformandosi da prospetti in Top Player conclamati, stia andando in una direzione ben diversa.

E’ la loro storia a dircelo. A quest’ora avrebbero dovuto abbondantemente fare la differenza. Contribuendo a spostare gli equilibri in casa Napoli.

Perciò, per quanto le ambizioni dell’ambiente siano sempre quelle di avere una squadra altamente competitiva, in grado di arrivare ogni anno almeno in Champions, forse sarebbe più saggio capire che questo gruppo ha già dato il massimo…

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