Il 28 febbraio 2021 verrà ricordato – anche – perché è stato il giorno segnato da un evento epocale, uno di quelli da tramandare ai nipoti al pari di un grande amore giovanile, di una leggenda celtica o una puntata dei Simpson. Era un avvenimento atteso da così tanto tempo che ormai si disperdeva nelle pieghe della memoria (collettiva).

Gli arbitri di calcio – miracolosamente – hanno acquisito il dono della parola: Daniele Orsato, fischietto internazionale, ha parlato a 90° minuto, rispondendo alle domande del conduttore Enrico Variale.

Di colpo, mi sono sentito vecchio. Come un lungo film che scorreva nella mia mente, ho rivisto tutte le moviole dei campionati passati, le dotte discussioni degli esperti, le rassicuranti perle di saggezza degli equilibristi di turno e, non ultimo, gli impeccabili outfit di Mughini. Vi confesso che non ero preparato a tutto ciò.

Gli abbracci spezzati

Nel corso della garbata chiacchierata, è arrivata – del tutto a sorpresa – la domanda sul celebre intervento (non sanzionato) di Miralem Pjanić su Rafinha in Inter-Juve del 28 aprile 2018.

L’ottimo Orsato, maglioncino color bianco angelico, alle spalle caminetto nero al posto della libreria d’ordinanza, ha detto di aver sbagliato a non “punire” il calciatore juventino con il cartellino (il secondo giallo, almeno). Fu colpa dell’eccessiva vicinanza.

È proprio vero che nella vita non si finisce mai di imparare. Ieri ho scoperto che la visuale aperta e la vicinanza all’azione di gioco sono un serio problema per la valutazione delle sanzioni disciplinari. E pensare che per anni ci hanno raccontato l’esatto opposto. Sbagliavamo ma non lo sapevamo.

Grazie al fischietto di Motecchio Maggiore, finalmente, è arrivata l’illuminazione: lontano è meglio. Ottici e oculisti sono avvisati.

Vi confesso che non mai capito le (accese) polemiche che seguirono a quella (mancata) decisione. È un mio limite, probabilmente. Anche perché i litigi nel calcio non mi appassionano. Se proprio sono costretto a litigare, preferisco farlo nella sfera sentimentale, perché dopo è bello fare pace.

E nemmeno comprendo le discussioni scaturite dall’ammissione dell’impeccabile Orsato. Per quanto mi riguarda, Miralem Pjanić è un giocatore dalle squisite doti tecniche (o come dicono quelli bravi, dal piede educato). Inoltre, il talento bosniaco è sempre stato un calciatore dalla strabordante  affettuosità: non ha mai negato a nessuno un abbraccio o un incontro ravvicinato del terzo tipo.

Gli arbitri italiani spesso hanno apprezzato questa sua generosità. All’estero – purtroppo – le valutazioni (e sanzioni) sono state diverse. Ma si sa gli arbitri stranieri sono più freddi e distaccati, o peggio ancora: c’è chi, addirittura, ha bidoni dell’immondizia al posto del cuore.

Lezioni di vita

L’intervento pubblico di Orsato, pare il primo di una lunga serie, inaugura un nuovo corso nel mondo del calcio. Una svolta epocale fortemente voluta da Alfredo Trentalange, il neo eletto presidente dell’Aia (Associazione Italiana Arbitri). È un’ottima notizia (si spera porti buoni frutti). Alla fine le risposte di Orsato mi hanno riportato alla mente la lezione di un grande accademico statunitense.

Tra i preziosi insegnamenti, il professore ci ricordava che se vogliamo realizzare i nostri sogni è meglio giocare onestamente. E dato che i rapporti interpersonali sono belli ma complicati, a volte si sbaglia. Di conseguenza, dobbiamo imparare a chiedere scusa. Lo facciamo poco, ma soprattutto male. Perché le buone scuse si articolano in tre atti. Scusa, il primo.

È stata scolpa mia, il secondo. Che cosa posso fare per rimediare?, il terzo. Purtroppo la maggior parte delle persone salta le ultime due parti. Le più importanti, quelle che danno realmente valore e consistenza alle scuse. Sfortunatamente, nel calcio il tempo non gioca a favore. È difficile poter rimediare a distanza di anni, anche volendo (o ammettendo un errore).

Latte e scadenze

Nel 2010 Sofia Coppola ha scritto e diretto un film delizioso, Somewhere. La pellicola racconta il rapporto fra un padre, Johnny Marco, un attore in crisi che conduce una vita superficiale e dissipata, e sua figlia, la giovane Cleo, che pur amata è stata trascurata per troppo tempo. Sul finale, dopo che padre e figlia hanno trascorso alcuni giorni insieme, quando Johnny deve separarsi da Cleo, le scuse per le colpe commesse sono coperte dal rumore delle pale di un elicottero.

La soluzione narrativa adottata da Sofia Coppola, l’utilizzo di un suono diegetico, è particolarmente raffinata, ma soprattutto assume un forte valore simbolico. Il frastuono copre le parole di Johnny perché quelle giustificazioni, seppur sincere, sono colpevolmente tardive, e per questo non possono più essere ascoltate dalla figlia. 

D’altronde, le scuse sono come le bottiglie del latte: entrambe hanno una data di scadenza.

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