LA CLASSE Ritratto di Uno di noi – Dal 15 al 20 ottobre 2019 – Teatro Bellini

La Classe è un progetto nato nell’ambito della Bellini Teatro Factory, l’Accademia del Teatro Bellini che forma, con un percorso triennale, attori, registi e drammaturghi. Scritto da uno degli allievi, Francesco Ferrara e interpretato da tutti gli altri, sotto la direzione di Gabriele Russo, lo spettacolo porta in scena un fulminante cortocircuito tra realtà e finzione. Il pretesto narrativo è la messinscena dell’attentato del 22 luglio 2011 in cui Anders Behring Breivik piazzò un’autobomba del centro di Oslo che uccise 8 persone per poi, non ancora soddisfatto, sparare a 69 giovani. Una violenza folle, che i ragazzi, per poter rappresentare nella maniera più vera possibile, devono provare a capire; li cogliamo in questo momento, mentre provano a immedesimarsi, mentre si pongono delle domande e mentre immaginano cosa provavano i protagonisti… Ma come si può comprendere qualcosa di così profondamente insensato? Il risultato è uno spettacolo in cui 14 giovani attori portano in scena loro stessi e non un personaggio, un lavoro che si sviluppa su più piani, un lavoro complesso e multisfaccettato, caratterizzato da un’energia dirompente. Dopo il debutto nell’ambito del Napoli Teatro festival Italia 2018, La Classe è andato in scena al Piccolo Bellini registrando il tutto esaurito ed è stato selezionato per il festival Internazionale Tramedautore, che ha luogo ogni anno al Piccolo Teatro di Milano e che rappresenta una delle più importanti vetrine per la scrittura teatrale contemporanea.

Nota dell’autore
Il primo giorno di prove, quando io e i quattordici attori della Factory abbiamo incontrato Gabriele Russo, il testo de La Classe non esisteva ancora. Conoscevamo soltanto l’argomento che volevamo raccontare e la data in cui lo spettacolo avrebbe debuttato. Era stata una nostra scelta, questo è vero, ma la cosa lì per lì ci parve comunque rischiosa. E non si può negare che lo fosse.
Perciò quel giorno ci siamo rimboccati le maniche e, una volta a lavoro, io e Gabriele abbiamo capito che in realtà potevamo trarre un enorme vantaggio da una situazione solo in apparenza complicata. Avevamo a disposizione un’idea, quattordici giovani attori, il loro entusiasmo e un mese di tempo. Mica male. Così abbiamo subito messo i loro corpi e le loro menti a confronto con il tema complesso che avevamo scelto, un tema che sapevamo li avrebbe messi in difficoltà in quanto attori e, di conseguenza, in quanto esseri umani (o viceversa, le due cose vanno di pari passo). Come si può ‘interpretare’ la lucida follia di Anders Breivik, un uomo che ha ucciso, rincorrendoli con un fucile, decine di ragazzi innocenti? Come si può capire il dolore dei genitori delle vittime? Come si può entrare nell’animo di un giudice costretto a giudicare uno stragista secondo l’ordinamento del proprio Stato e non secondo l’istinto? Prevedevamo che, nel tentativo di rispondere a domande così oscure, i ragazzi avrebbero toccato sentimenti a loro sconosciuti e per questo avrebbero smosso gigantesche masse interiori. Con questa consapevolezza siamo partiti per il viaggio che ci ha portato alla realizzazione de La Classe.

Nella prima fase Gabriele ha guidato il gruppo di attori in lunghe sessioni di improvvisazione. I ragazzi si immergevano nei momenti che orbitavano intorno all’attentato: la preparazione, l’ultimo abbraccio tra Breivik e sua madre, i tentativi di fuga delle vittime, il processo. Entravano nei personaggi, li reinventavano, li interpretavano e ne uscivano, poi ne discutevano, valutavano l’efficacia del loro lavoro e riconoscevano allo stesso tempo una profonda difficoltà a trovare delle risposte certe.

Io nel frattempo osservavo e prendevo appunti. Quando abbiamo avuto a disposizione abbastanza materiale da farne anche più di uno spettacolo (abbiamo dovuto, infatti, rinunciare con rammarico a gran parte di quei momenti), ci siamo concessi qualche giorno di pausa per tentare di dare forma scritta a una materia in quel momento informe. Autonomamente ho buttato giù una prima stesura che subito abbiamo verificato in scena. C’era, come ci aspettavamo che fosse, ancora qualcosa che non funzionava. Così ho riscritto e modificato secondo le esigenze dello spettacolo, poi verificato ancora e riscritto ancora e così via (mentre Gabriele, dal canto suo, scardinava ulteriormente i significati del testo che via via andava formandosi).

Ed ora eccoci qua. Al di là del risultato artistico che rimettiamo nelle mani del pubblico, alla fine di questo percorso io sono pronto a chiedermi soprattutto una cosa: quanto può essere importante oggi il lavoro di un gruppo (intendendo con gruppo ciò che in effetti dovrebbe essere: più teste che operano insieme, in piena sintonia e in totale libertà creativa)? Non vale forse la pena di provare, almeno provare, a riscoprire la dimensione collettiva del teatro? Non sarebbe questo un atto profondamente politico? Io ho una mia risposta, ma è giusto che a porsi la domanda siano tutti quelli che il teatro lo vivono, da un lato o dall’altro della scena.

Note di regia

La Classe è uno spettacolo sulla vita quotidiana di quattordici giovani attori. Quattordici giovani, in realtà, che si preparano a diventare attori. Sono ancora studenti. Per questo motivo si trovano in un’aula di recitazione e per questo motivo, in scena, ci sono quattordici sedie e un cuscino sul quale va a sedere Eleonora, la ritardataria della classe. Ma ci sono anche penne, borse, cappellini, scarpe, smartphone. Perché sono dei ventenni. Ventenni che devono allestire uno spettacolo e – da ventenni, incoscienti e irrequieti – si sono dati il difficile compito di ragionare intorno a un evento che, tutto sommato, non riescono a comprendere: l’attentato compiuto il 22 luglio 2011 da Anders Behring Breivik, il giovane norvegese che quel giorno uccise 77 persone, noto alle cronache come la strage di Utoya. Li seguiamo così nel percorso preparatorio, lungo circa un mese. Lo spettacolo si costruisce intorno a loro e loro costruiscono lo spettacolo. Li vediamo mentre improvvisano, recitano, ridono, falliscono e ricominciano daccapo. Ed ecco che alla fine lo spettacolo a cui il pubblico assiste coincide con il percorso stesso di allestimento e con tutto ciò che gravita intorno a ogni cammino artistico: le gioie e le sconfitte, la fatica e la bellezza, il lavoro e il divertimento.
Gabriele Russo

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