Chiariello: Pipita, sei pecora da gregge

Pubblicato il 1 gennaio 2017 alle 8:11 da Liberato Ferrara
napoli reina de laurentiis
Chiariello: Pipita, sei pecora da gregge pubblicato il: 2017-01-01 da Liberato Ferrara

Caro Pipita,
consentimi l’appellativo confidenziale ed affettuoso, anche se per noi napoletani hai scalzato persino il Coniglio Altafini dal ruolo di “Core ‘ngrato”, anzi non sei un semplice traditore (della passione e dei sogni azzurri), ma IL TRADITORE.
In realtà, come hai ben spiegato, la tua è stata solo una scelta sportiva, professionale, e come tale va rispettata. Tutto giusto. Tendere a migliorare nella vita è lodevole e doveroso.
Una volta tanto i soldi non c’entrano ed a Napoli per una volta non erano inferiori a quelli che ti hanno dato adesso gli Agnelli. No, proprio tu te ne sei voluto andare, hai scelto questo per altri motivi.
Tu, il più amato, coccolato, vezzeggiato, servito e riverito, a cominciare dal Mister che ti aveva costruito la squadra attorno (come adesso non è), passando dai compagni, che giocavano esclusivamente per te, “cazziati” ogni volta che compivano l’atto di lesa maestà di non darti la palla.
Hai battuto ogni record di gol della Storia con la maglia azzurra, eri assurto per tutti al ruolo dell’Eroe eponimo anti-Juve.
Ma tu hai fatto una scelta “sportiva”, intendendosi per tale la voglia – o forse ormai per te la necessità ineluttabile – di competere per vincere, anzi vincere facile, come uno scommettitore Bet-Clic qualsiasi.
Eh sì, perché la Coppa America ti aveva riservato la terza grande delusione in Patria, dopo la prima coppa sudamericana che il Cile vi strappò e dopo la finale mondiale con i tedeschi dove sullo 0-0 ti macchiasti di un errore madornale e capitale, che gli argentini non ti hanno mai perdonato.
Per soprammercato, sei stato capace, con il tuo sodale Messi, di riperdere contro ogni pronostico ancora dal Cile, e per giunta sbagliando un altro gol clamoroso, sempre sullo 0-0.
La tua maledizione con l’Albiceleste continua, a tal punto che una generazione di Fenomeni che neanche ai tempi del Pibe de Oro avete mai avuto si è trasformata per tutti in una generazione di perdenti, Messi su tutti. E tu per secondo.
Ma proprio lui, la Pulga, ti ha acceso la luce: lui, che quando si tratta di essere decisivo con la maglia di chi vinceva da solo ogni cosa, D10s, non ne azzecca una, ma in Europa – in un team di fenomeni – fa strage di titoli.
E tu hai pensato: ora devo vincere, e andare sul sicuro. Ho ventinove anni, ora o mai più.
Ti capisco, sai, perché io voglio vincere pure a scopone o a biliardino con mio figlio. Perdere non mi va.
Le tue scenate di Udine – per le quali il mio amico Gigi De Canio, tuttora basito, nutrendo per te profonda ammirazione, è stato incolpato ingiustamente di tutto – nascevano in realtà dalla tua isteria di fondo, di chi aveva consapevolezza che il sogno scudetto stava definitivamente sfumando.
Vedi, per me che calcisticamente ti ammiro tanto, e ti considero il miglior centravanti “buono” del mondo (per contraltare a quello più “cattivo”, il roditore Suarez), vederti “matare” alla tua maniera il Toro (quel pallone buttato alla ”Viva il Parroco” di Chiellini l’hai trasformato in gol prima che toccasse terra: come ha detto Franco Porzio, un altro che di campioni se ne intende essendo fatto della stessa pasta, avevi già fatto gol nella mente prima di tirare), la Fiorentina, la Roma e purtroppo, ahimè, il mio e pure tuo, sì tuo, Napoli, non mi hanno fatto rabbia, ma solo tristezza.
E non è tristezza per me, o per il popolo napoletano che, pur avendo una squadra meravigliosa, che gioca un calcio stellare, vedrà ancora vincere i soliti noti, ma per te.
Sì, Gonzalo, io sono triste per te. Non mi prendere per matto. Dammi la possibilità di spiegarti questo mio tenue e triste sentimento.
T dirai: ma come, ora che finalmente vinco, e per di più sono proprio io quello che sta facendo la differenza, mi dici questo?
Sì, Gonzalo, riflettici, anche perché so che in cuor tuo lo stai pensando anche tu.
Tu nella bella ma fredda Torino sei uno dei tanti. Stai studiando da Campione, anzi vai a scuola dai Campioni, da quei Bastard Boys che sono cannibali, e che spiegano che significa avere fame SEMPRE. Lo dici anche tu, AMMIRATO.
Ti volterai indietro e dirai: ho finalmente vinto uno scudetto. Ma leggerai i libri di storia e sarai lì, confuso nella massa.
Sei anzi quello che ha perso la Grande Occasione. Pensaci, Gonzalo: la gloria sarà di Buffon, Barzagli, Bonucci, Chiellini, Marchisio, loro sì uomini da 6 scudetti in fila. Tu sarai uno dei tanti al loro servizio. Vincitore, sì, ma perdente nella memoria.
Non credo che tu ti sia ammazzato sui banchi di scuola, e forse quel che sto per dirti non ti suonerà familiare. Ma Gonzalo, credimi, tu hai fatto la scelta sbagliata: tu hai scelto l’Ulisse Omerico, quello della tradizione orale tramandata e impersonata da un poeta fittizio, cieco per giunta nell’immaginario collettivo, che ti ha disegnato come l’eroe furbo, che apre Troia con uno stratagemma, come fai tu con le difese, ma il cui unico desiderio è tornare ai lai familiari, dove Penelope l’aspetta e i Proci attentano alle virtù della amata consorte. Tu vuoi tornare a casa. Lodevole intento, simbolo del Pater Familias perfetto.
Solo che hai sbagliato casa. La tua casa era qui. Dove c’era il calore, il sole, il caotico andirivieni di gente che ti amava oltre ogni misura.
E dove eri stato elevato ad Eroe di tutt’altra pasta fatto. Tu per noi eri l’Ulisse Dantesco: “fatti non foste per vivere come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”.
Tu dovevi traghettare la nostra navicella nei perigliosi mari oltre le colonne d’Ercole, l’intrepido condottiero oltre il non conosciuto. Saresti stato il nostro Teseo dal Vello d’Oro (o’ scudetto), strappato ai mostri degli Inferi, quei Bastards di cui sei diventato il vassallo.
Saresti insomma entrato nei libri di Storia. L’unico, il più grande, dopo il Re. Cosa può volere di più un argentino che sedere alla destra del padre di tutte le Pelote, il sommo Pelusa? La Dea Eupalla di breriana invenzione ti avrebbe riservato un posto nell’Olimpo del Mito.
Quando penso a te come traditore, intendo questo. Hai tradito innanzitutto te stesso, il tuo spirito, mostrando la tua incapacità di assurgere al ruolo di Eroe Eterno. Di te se ne sarebbe parlato nei secoli. Fra trent’anni un vicolo napoletano avrebbe conservato un murales con la tua effige. Ora vivi persino con una maglia sbiadita in bianco e nero.
Vinci facile, Pipita. Resti il più grande del nostro campionato e noi, superato l’odio per chi tradisce i sogni, ti ammireremo come sempre. Ma le tue gesta non saranno accompagnate da canti e giubilo di chi ha fame di vincere. Ma da un velo di tristezza. Potevi essere Giggirriva Rombo di Tuono, Falcao l’Imperatore. Sarai solo uno dei tanti vincenti di una storia non colorata.
E manco tanto: come dice il mio amico Peppe Iodice, “a Doha per vincere ai rigori devi stare dalla parte giusta”.
Che peccato, Pipita. “Quello spirto guerrier che entro mi rugge” di foscoliana memoria non ti appartiene. Non hai la stoffa del Grandi Uomini, che accettano le Grandi Sfide, un Condottiero. Sei pecora da gregge.
Non siamo fatti per intenderci. Puoi tradire i nostri sogni, ma non rubarceli.
Perché nonostante te, nonostante tutto, “we have a Dream”, sempre. Anzi, “we have a Dr…ies”. Che, come il Capitano, non tradisce mai.
Buona suerte, compadre. Auguri anche a te. Ma, parafrasando il nostro grande Eduardo, “con qualche malattia”.

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