La “rivoluzione culturale” di Sarri ha fatto innamorare (quasi) tutti.

È difficile parlare di Maurizio Sarri. Specialmente adesso che il Napoli ha annunciato ufficialmente l’arrivo di Carlo Ancelotti sulla panchina degli azzurri. All’allenatore toscano va riconosciuto il grandissimo merito di aver sviluppato nei suoi tre anni all’ombra del Vesuvio un modello innanzitutto comportamentale. Abile poi ad essere trasferito nel sistema di gioco adottato in campo dalla squadra. Una filosofia che non ha lasciato indifferenti i giocatori. Sin dai primi giorni di ritiro, in Trentino. Quando Sarri entrò nella testa di Higuain e compagni. Orfani del loro “padre putativo”. Quel Benitez, che aveva abbandonato il gruppo, aprendo la successione proprio all’ex tecnico dell’Empoli. E’ indubbio che la gestione Sarri lasci una pesante eredità: la capacità di aver creato un senso di appartenenza trasversale. Suscitando simpatia diffusa in tutti quelli che avevano creduto, al netto delle nefandezze arbitrali e delle dimenticanze interpretative in tema di Var, che hanno caratterizzato la rincorsa scudetto di quest’anno, nella possibilità del Napoli non solo di vincere. Quanto, soprattutto, di convincere, attraverso il suo gioco propositivo. Un modello ideale per forma, coniugato a sostanza, in grado di consentire ai giocatori di sapere in qualsiasi momento cosa fare, con la palla. Come farlo e quando. In concreto, grazia calcistica che si sposa all’estetica trascendentale. Chiaramente, la percentuale di juventini che hanno provato profonda avversione nei confronti della “rivoluzione culturale” proposta dagli azzurri è stata altissima. Al contempo, appare evidente quanto il cd. “Sarrismo” abbia fatto innamorare non solo i tifosi del Napoli. Ma anche i semplici appassionati. Oltre che quella parte di addetti ai lavori non schierati “contro”, per pregiudizio ideologico, piuttosto che per interessi personalissimi e/o di testata…Il “Sarrismo”: filosofia comportamentale, prima ancora che calcistica. Per raccontare queste tre stagioni meravigliose, in cui il rendimento della squadra è cresciuto progressivamente, fino a raggiungere il suo apice nella memorabile rincorsa allo scudetto 2017-18, sfuggito non solo a causa di circostanze maturate sul terreno di gioco, bisogna scomporre il cd. “Sarrismo”, nei suoi due aspetti principali: quello tecnicotattico. E quello caratteriale. In termini di spettacolo e gradimento, il Napoli, in questi tre anni, ha esercitato un controllo continuo ed elegante della manovra. Così, il funzionamento dei meccanismi collaudati e sincronizzati da Sarri, hanno consentito ad una intera squadra di esaltarsi attraverso un infernale possesso-palla. Nonché annichilire i dirimpettai con la pressione “alta”, attraverso la quale gli azzurri hanno sempre tentato di occupare con tantissimi uomini la metà campo altrui, per cercare di riconquistare il pallone vicino alla porta avversaria: creando densità in zona-palla, portando pressione all’uomo con il pallone, “accorciando” contestualmente su tutti gli eventuali appoggi. Ma le caratteristiche tecnico-tattiche imposte da Sarri alla squadra, hanno avuto il merito di fondarsi e cementarsi con l’aspetto socio-culturale. Essere diventato tutt’uno con la propria gente. Da questo modo di pensare, anche la squadra ha tratto i suoi benefici. Difficilmente, infatti, un gruppo di giocatori ricchi di talento avrebbero scelto di rinunciare ad un pezzetto del loro ego calcistico, per mettersi a disposizione di un sistema di gioco. Amplificando il loro talento individuale, in funzione delle necessità della squadra. In un certo senso, è come se l’allenatore, assieme ai giocatori, avessero preso piena consapevolezza dell’ambiziosissimo sogno cui anelavano i tifosi azzurri. E ne avessero fatto una questione di principio. Ecco, questo è il lascito morale di un allenatore amatissimo: aver anteposto i principi all’opportunismo…

Francesco Infranca

 

 

 

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